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Linkiesta, Jstor Daily e le donne pirata

women pirates
Foto: Wikipedia commons

Allora, partiamo da una premessa: se prendi un pezzo, un bel pezzo, di qualcun altro e lo traduci o lo reinterpreti nella tua lingua, non fai di per sé un male. Anzi, magari permetti a dei lettori che non potrebbero accedere a quei contenuti, banalmente, per un problema di decodificazione linguistica, di sapere qualcosa in più su un determinato argomento.
Ma dato che è tra i dettagli che si deve frugare per capire i reali interessi in gioco, quando si tratta di buona fede, la prima cosa da fare è dichiarare che si sta traducendo o prendendo ispirazione. Così non è per un recente articolo di Linkiesta (lo trovate qui) che riprende praticamente per intero un articolo pubblicato su Jstor Daily (questo). Ripeto, di per sé nulla di male, se non fosse che da nessuna parte si leggono:
A) il rimando bibliografico al saggio dello storico che viene citato, Marcus Rediker;
B) il rimando o il link all'articolo originale.

Vogliamo essere sicuri che si tratti di una traduzione? Prendiamo il primo paragrafo:

Dietro a un grande pirata si nasconde sempre una grande piratessa. Una verità spesso tenuta celata: se tutti ricordano i nomi di Barbanera o di Capitan Kidd, sono esistite numerose donne-pirata che hanno accompagnato i loro colleghi nei sette mari alla ricerca di navi da depredare e tesori da scovare.
E ora prendiamo il primo paragrafo dell'originale:

How many real-life pirates can you name? While Captain Kidd or Blackbeard might come immediately to mind, names like Anne Bonny and Mary Read probably don’t. But as noted historian Marcus Rediker writes, they were just a few of the many women who sailed the seven seas disguised as men.
Certo, la traduzione non è letterale, ma l'ispirazione è evidente. Come bastava dire che per scrivere questo articolo si era presa ispirazione da qualcun altro, per evitare una brutta figura.
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