martedì 20 ottobre 2015

Metronews, Senza investimenti cresce la dispersione

Per innovare occorre investire: bisogna permettere alle scuole di fare ricerca, come accadeva fino a qualche decennio fa...

Posted by La vera scuola gessetti rotti. on Lunedì 19 ottobre 2015



sabato 17 ottobre 2015

Le fonti in storia


Di Battista, rispondi ad una domanda?

Premesso che non ho alcuna stima per l'on. Andrea Romano, Alessandro Di Battista è riuscito nella difficile impresa di fare sembrare il Pd ex Scelta Civica come un affermato statista. Come? Beh, a Bersaglio Mobile, per esempio, sottraendosi al confronto: incalzato dalle domande dell'onorevole renziano, il golden boy del M5S ha deciso bene di non rispondere nulla e di accusare di disonestà l'avversario. Un segno di debolezza nonché di incapacità nel confronto. Di Battista, grillino della prima ora, si mantiene coerente: già altre volte, anche da questo blog, gli sono state poste domande a cui non ha mai risposto. In questo il giovane grillino non si mostra distante da Renzi e dai suoi

mercoledì 14 ottobre 2015

Se avete voglia di ascoltarmi alla radio...L'angolo della scuola, lunedì 19 ottobre, ore 17.30, Radiofree

Allora, dato che non capita tutti i giorni di potermi sentire alla radio, anzi, diciamo che non capita proprio, se qualcuno di voi volesse ascoltare delle riflessioni più o meno intelligenti sulla riforma Giannini e sullo stato della scuola pubblica italiana, l'appuntamento è per giorno 19 ottobre alle 17.30 su Radriofree, ovviamente con la conduzione di Massimo Emanuelli​.

Ecco il link all'evento su Facebook

Questo l'annuncio del programma

Da lunedì 19 ottobre alle 17,30 su www.radiofree.it ospiti de L’ANGOLO DELLA SCUOLA rappresentanti dell’Associazione Gessetti Rotti. Il primo sarà il prof. Sebastiano Cuffari, quindi Lucia Taverna (avvocato, giurista ed assistente parlamentare). L’ANGOLO DELLA SCUOLA è il primo (e si pensa unico) programma interamente dedicato al mondo della scuola. Nato nel 1995 su una radio locale di Milano per iniziativa dell’insegnante e giornalista milanese Massimo Emanuelli, in occasione del ventennale della trasmissione Emanuelli, oltre agli ospiti (studenti, insegnanti, genitori e tutti coloro, famosi e non, che ricordano i tempi della scuola) riproporrà spezzoni di vecchie puntate andate in onda negli anni passati. Potremo quindi riascoltare Fabrizio De Andrè (intervistato da Emanuelli nel 1996), Paolo Villaggio, Sergio Zavoli, Franco Battiato, un allora studente universitario e sconosciuto consigliere comunale milanese: Matteo Salvini (era il 1995 ed Emanuelli gli diceva: sei idealista, non riuscirai a cambiare la Lega. E, per scherzo, aggiungeva: “ne riparliamo fra vent’anni, prenderai il posto di Umberto Bossi), lo scrittore Stefano Benni, l’allora ministro della pubblica Istruzione Luigi Berlinguer, l’allora deputato dell’opposizione Valentina Aprea con l’allora presidente dell’Ordine dei Giornalisti della Regione Lombardia, Franco Abruzzo. E, ancora, Beppe Grillo (allora solo comico esiliato dalla Rai), Gianfranco Funari, Massimo Boldi, l’imprenditore (e allora Presidente dell’Inter) Ernesto Pellegrini, Stefano Zecchi, Vittorio Sgarbi, Don Luigi Ciotti, Dario Fo, il regista Maurizio Nichetti e tanti altri. Dopo avere cambiato diverse radio locali di Milano e di Varese (a causa della chiusura delle piccole emittenti in crisi e a causa del personaggio scomodo e dirompente quale è), Emanuelli nel 2012 approda sulla webradio Radio Free, nel giro di pochi mesi il programma viene poi replicato ogni giorno, in fasce orarie diverse, da una decina di altre radio. Fra gli ospiti degli ultimi anni ricordiamo l’allora capogruppo al Senato per il Movimento 5 Stelle, professor Nicola Morra (i pentastellati avevano da poco rotto il silenzio stampa, Morra concesse la prima intervista ad Enrico Mentana e la seconda ad Emanuelli), Giovanni Caccamo: “un bravo ragazzo, istruito, perbene, con brani stupendi, a differenza di altri giovani sedicenti cantanti, si presentò subito in maniera educata, umile, ne intuii le potenzialità. Giovanni tornò diverse volte in trasmissione e ad un certo punto, per incoraggiarlo ma anche per la bravura, gli profetizzai la vittoria al Festival di Sanremo, cosa che accadde successivamente nel febbraio 2015”. E, ancora, Federica Fabbri Fellini (giornalista e nipote del grande Federico Fellini), il vice-sindaco di Parma Nicoletta Paci, il docente e giornalista di Metro Tony Saccucci e tanti altri.

“L’ANGOLO DELLA SCUOLA – ha dichiarato l’ideatore e conduttore – è in onda su così tante radio che non le ricordo tutte nemmeno io. Mi è inoltre impossibile ricordar gli oltre 1000 ospiti fra studenti, genitori, insegnanti, persone famose (e non) che con me hanno parlato di Milano e di scuola. Molte mie "sparate" sono risultate profetiche. La puntata forse più curiosa? Oltre a quello con un ancora poco conosciuto Matteo Salvini e quella con l’esordiente Giovanni Caccamo (poi vincitore del Festival di Sanremo) ricordo quella con Cino Tortorella, il famoso Mago Zurlì del 2013. Cino si sfogava con me: "spiegami tu professore, che capisci qualcosa di televisione e di scuola, perché mi hanno licenziato. Ho la stessa età del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e di Papa Ratzinger, ma quelli non li licenziano, non si dimettono". La mia replica: "guarda magari si dimetterà il Papa, invece Napolitano si ricandiderà" e così, qualche mese dopo, fu: Ratzinger si dimise, ma Napolitano venne ricandidato. L’ANGOLO DELLA SCUOLA è in onda ogni lunedì alle 17,30 su Radio Free, replica nei giorni successivi in diverse fasce orarie su Tele Radio Vajont, Radio Mare Italia Network, Radio Hemingway, Radio Mare Imperiale, Radio Big One, Moviradio, Luke Wave Radio, Radio 1 New York (la radio degli italo-americani negli Usa), Irdm Radio.

lunedì 12 ottobre 2015

Si possono davvero valutare gli insegnanti?

La valutazione degli insegnanti: tema complesso, con implicazioni sociologiche, economiche, politiche e, non dimentichiamolo, didattiche. Al riguardo in molti parlano e spesso straparlano. Per questo preme segnalare l'intervista di Metronews ad un collega di Gessetti Rotti, Cristiano Corsini, docimologo presso l'Università degli Studi di Catania, in occasione della pubblicazione del suo libro Valutare scuole e docenti. Un'indagine sul punto di vista di chi insegna. Per leggere l'intervista, basta seguire il lancio su Facebook o su Twitter in basso

Intervista a Cristiano Corsini dei Gessetti Rotti. "La valutazione migliora tanto l’apprendimento quanto l’insegnamento...

Posted by La vera scuola gessetti rotti. on Lunedì 12 ottobre 2015

giovedì 8 ottobre 2015

I 500 euro a chi andranno in pasto? Chi controlla? Sebastiano Cuffari su MetroNewsItalia

Sarà obbligatorio spendere i 500 euro per corsi di formazione?http://metronews.it/15/09/27/i-500-euro-pasto-agli-enti-di-formazione.html

Posted by La vera scuola gessetti rotti. on Martedì 29 settembre 2015

lunedì 5 ottobre 2015

Cosa l'evoluzione può insegnare ad un uomo di lettere

foto: struttura anatomica delle ginoccha di un uomo (palexstudio.it); struttura anatomica delle ginocchia di un cane (paperblog.com)

L'anatomia delle ginocchia di un uomo ci dice tante cose sull'evoluzione della nostra specie. In primis ci dice una cosa che sappiamo bene ma che tendiamo a voler ignorare appena se ne presti l'occasione: siamo fragili. Ad essere precisi, siamo fragilissimi, per il semplice motivo che, tutto sommato, non siamo quella macchina perfetta che nei millenni ci siamo raccontati. In  effetti, tutto ciò che rende le nostre ginocchia ad un tempo funzionali e fragili è l'eredità del nostro millenario passato. Se infatti provassimo a comparare la struttura delle nostra ginocchia alla struttura delle ginocchia di un cane, scopriremmo che, al di là delle sommarie differenze dovute all'adattamento all'andatura bipede, cani e uomini, sotto questo punto di vista, sono sorprendentemente simili. Le nostre ginocchia sono fatte di materiale di riuso: una struttura già presente in natura e riadattata a nuove funzioni. Proprio per questo, da un punto di vista ingegneristico, quelle ginocchia non sono la migliore struttura possibile per svolgere quel determinato compito, ma sono la struttura che in quel momento e luogo la specie Uomo ha potuto sfruttare per la propria lotta per la sopravvivenza.
Il punto è che noi siamo animali molto di più di quanto vogliamo raccontarci. Non è tanto soprendente che noi condividiamo più del 95% dei nostri geni con i nostri parenti più stretti, ovvero gli scimpanzè, ma che condividiamo circa il 30% dei geni con una banana, per fare solo un esempio.

Il nostro cervello per fare un altro esempio, non viene su dal nulla per permetterci di fare metafisica: se vogliamo, questo è un effetto collaterale. Il nostro cervello si sviluppa per permetterci di relazionarci con lo spazio e il tempo a noi circostanti nel miglior modo possibile per sopravvivere. Un fine basico che verrà poi declinato in forme diversissime, tra cui la metafisica. Questa esigenza basica ci permette di creare strumenti, non fini, che ci hanno consentito la sopravvivenza in un ambiente ostile: pietre lavorate, archi e frecce, la conservazione del fuoco, la parola, i simboli, la logica, la prospettiva aerea, il metodo scientifico, le navicelle spaziali. Anche in questo caso, senza disdegnare di riadoperare ciò che già c'era con nuove finalità. Come l'area del cervello che sviluppa le funzioni del linguaggio e, in special modo, la lettoscrittura: un'area preesistente a questa funzione, adibita in primo luogo al riconoscimento delle figure più piccole, e solo in un secondo tempo convertita per una funzione che oggi definiremmo astratto/simbolica.
Nessuna macchina perfetta, insomma, anzi, meravigliosamente imperfetta, e proprio per questo in grado di migliorarsi. Si guardi allo sviluppo delle moderne tecnologie, ai computer: per molti versi, queste macchine svolgono delle funzioni che noi pensiamo connaturate al nostro essere uomini in maniera molto più ottimizzata di noi. Un computer esegue calcoli molto più rapidamente di un umano medio, ricorda e immagazzina molti più numeri di telefono o e-mail di quante possa fare un uomo non allenato a farlo. Eppure, ad oggi, il computer non impara autonomamente, se non in maniera limitata e secondo la programmazione che gli viene data. Nell'uomo quella stessa capacità di adattarsi agli eventi che ha permesso di modificare il comportamento di aree del nostro cervello in funzione di nuove istanze, ci ha anche permesso di realizzare macchine che per molti aspetti superano i nostri limiti, ampliandone i confini.

L'evoluzione delle malattie genetiche ci racconta una storia simile: il continuo tentativo di resistere a ciò che ci circonda, che ci cambia; una lotta continua, in cui la vittoria spetta a chi è capace di correre più a lungo. Non potremmo per esempio fare la storia del Mediterraneo senza raccontarci la storia, lunghissima, della malaria che ha infestato per millenni queste terre. Ma non potremmo raccontare la storia della malaria senza narrare anche la storia, affascinante, delle variazioni genetiche che hanno reso l'uomo ad un tempo più resistente e più fragile: più resistente, modificando la forma dei globuli rossi degli abitanti di queste aree, rendendoli più difficilmente attaccabili, e più fragile, diffondendo una malattia genetica potenzialmente mortale come la talassemia. Una malattia, una variazione, evidentemente vantaggiosa, perché un rischio potenziale, quello della talassemia, corrsipondeva ad un vantaggio concreto, quello della sopravvivenza alla malaria.
Una storia simile è quella di alcune patologie di recente diffusione, come l'Alzheimer o il Parkinson

La conservazione di ciò che siamo, scissa dalla conservazione di ciò che ci circonda, equivale alla morte. Non siamo fatti per l'immobilità: non perché sia un dio o un'ideologia a dircelo, ma semplicemente perché l'immobilismo, in termini evoluzionistici, equivale all'estinzione. Non esiste evoluzione senza variazione, senza continui cambiamenti, anche impercettibili.
Ciò che possiamo imparare dalla lezione che l'evoluzione ci insegna, è il non dare per scontati come acquisizioni eterne i frutti della nostra cultura, come se fossero dei totem inamovibli. Per esempio l'idea che il sapere critico sia intimamente connaturato con la lettoscrittura, e non sia piuttosto da legare ad una capacità simbolica che innerva in maniera diversa ogni linguaggio fruibile dall'uomo. Dobbiamo avere chiara la percezione della storicità di ogni nostro fatto, della validità di ogni nostra costruzione culturale non di per sé, ma in funzione del contesto, delle necessità, non solo strettamente connesse alla sopravvivenza, ma anche alla formulazione teorica, alle esigenze espressive...
Ciò che inoltre l'evoluzione ci insegna è che non c'è un fine, non c'è un obiettivo. Non siamo lo scopo ultimo dell'evoluzione, siamo semmai uno dei tanti granelli che riempiono la clessidra, anche se, qui e ora, siamo il granello più pesante. Ma come per miliardi di anni l'universo ha potuto esistere senza la nostra presenza, non c'è nessuna ragione che possa spiegarci perché l'universo stesso dovrebbe, o non dovrebbe, sopravvivere dopo di noi. Semplicemente, si tratta di una questione mal posta, di una domanda retorica, il tentativo estremo di trovare un ordine in un caos che tale rimarrà sempre e comunque, ordinato solo, per il breve sprazzo del nostro esistere, dal nostro stesso istinto alla sopravvivenza.

domenica 4 ottobre 2015

Dagli al lavoratore, dagli al dissidente

Giudicare un'epoca nel mentre la si vive risulta sempre un atto cognitivo piuttosto complicato a causa della vicinanza, cronologica e sentimentale che non permettono la minima distanza critica. Tuttavia, la percezione ragionata del contemporaneo dell'epoca che vive può risultare utile ai posteri per comprendere meglio ciò che determinati cambiamenti hanno rappresentato per la percezione condivisa delle persone che li hanno vissuti.
Se c'è qualcosa che sta caratterizzando gli ultimi anni della politica e dell'azione di governo in Italia, questo è probabilmente un tentativo di cambiamento del paradigma sociologico/culturale. Starà ai posteri stabilire se il tentativo sia solo apparente o reale, ma qui invece tocca discutere in che cosa consista questo tentativo.
Sfogliando i giornali, guardando gli spettacoli televisivi, assistendo alle discussioni pubbliche, il motto dei politici di ogni campo o schieramento è stato quello della rottamazione. Rottamazione di uomini, schemi, modelli. Se la rottamazione degli uomini appare più apparente che reale, almeno in politica, non così per quanto riguarda certi schemi sociali e politici che apparivano acquisiti, come alcuni diritti.
Assistiamo ad un riposizionamento della sinistra di governo che, ormai ben distante da una critica serrata al capitalismo come modello unico socioeconomico, ne accetta le regole, punta alla massima capitalizzazione di una fiducia (ben spesa?) verso la sua visione progressista del governo del bene comune. Il renzismo, riproposizione italiana del modello Labour del presidente Blair, si annida dentro le regole del capitalismo, cerca l'alleanza di chi nel capitalismo ha il ruolo del fornitore di lavoro/erogatore di servizi, abbandonando quel target di elettori storicamente legato alla sinistra di opposizione, come le varie categorie di lavoratori del settore pubblico, il proletariato (o ciò che ne resta), gli immigrati, i pensionati e che ha poco a che fare con un partito, il PD di oggi, che vuole in ogni modo essere di governo .
In questo contesto, distinguere destra e sinistra diventa un puro gioco stilistico, studio delle diverse forme di espressione, per esempio, dello stigma nei confronti di chi ha ottenuto poco dalla vita, immigrato, reietto, lavoratore o pensionato che sia.
Si guardi con attenzione all'azione di governo: il filo conduttore di questa azione è stato la riduzione costante dei diritti dei lavoratori neoimmessi nel mercato del lavoro, la loro precarizzazione, soprattutto nelle forme contrattuali (se è vero che si è compiuto un taglio sui contratti a progetto, allo stesso modo il contratto a tutele crescenti riduce le garanzie per le forme contrattuali storicamente più solide). Lavoro simile si è compiuto sulla scuola, con una riforma che vede non tanto la stabilizzazione dei contratti dei precari della scuola, quanto la precarizzazione dei dovuti contratti a tempo indeterminato; a questo si aggiunge un rinnovato verticismo dell'organizzazione scolastica e un ampliamento delle attività di alternanza scuola/lavoro, ovvero ore di stage non retribuite a cui saranno costretti non più solamente gli studenti degli istituti professionali e tecnici, ma anche quelli dei licei. Quali saranno le ricadute di questa scelta sul piano occupazionale sarà tutto da vedere, vista la reale difficoltà di scuole sotto organico nell'organizzare simile attività.
Ma ciò che preme sottolineare è come l'attacco al lavoratore come figura socialmente riconosciuta non si compie solamente dal punto di vista contrattuale: è nella stessa propaganda di stato, sui giornali e tra i canali televisivi, che osserviamo un continuo tentativo di ridefinizione della figura del lavoratore da un punto di vista culturale.
Questa ridefinizione passa attraverso il costante attacco ai sindacati, accusati di un immobilismo di cui, in realtà, possono essere colpevoli solo in parte - molto banalmente, non spetta ai sindacati investire sulla ricerca e l'innovazione, non spetta ai sindacati legiferare, non spetta ai sindacati creare posti di lavoro e rafforzare i consumi, mentre spetta ai sindacati agire a livello di contrattazione e difendere i diritti dei lavoratori; inoltre, va ricordato che i sindacati, a differenza di un governo nazionale, hanno come compito la rappresentanza dei propri iscritti, non dell'universo mondo, compito che invece spetterebbe ai partiti e, soprattutto, ai governi -. L'attacco ai sindacati ha come ricaduta evidente l'individualizzazione del lavoratore: privato della propria rappresentanza, il lavoratore scopre di essere solo e debole, e, soprattutto, responsabile per il trattamento che riceve da parte del datore di lavoro. Ciò che viene proposto è il modello del self made man, il successo come canone di giudizio dell'uomo: il lavoratore che non ha raggiunto le più alte sfere della propria carriera lavorativa non l'ha fatto per le proprie evidenti mancanze, sempre misurabili e certificabili.
Questa dottrina, che impregna l'azione di governo degli ultimi anni, si fonda su almeno due assunti logici tutt'altro che incontestabili: che le condizioni di partenza dei lavoratori siano in generale sempre equiparabili, tanto che il successo dell'uno, o l'insuccesso dell'altro, corrispondano al rispettivo valore dell'uno e dell'altro; che sindacati e dissenzienti vogliano difendere a tutti i costi chi, semplicisticamente, vuole mascherare le proprie incapacità.
Il continuo attacco al fronte sindacale - si guardi, ancora, al trattamento riservato ai sindacati della scuola, del pubblico impiego, delle industrie automobilistiche e siderurgiche, infine dei beni culturali - nella continua volontà di sminuirne il lavoro ha come obiettivo finale lasciare da solo il lavoratore di fronte al datore di lavoro, privato di potere contrattuale e, soprattutto, intimamente convinto che il proprio destino stia esclusivamente nelle proprie mani - al di là di ogni reale e oggettivo impedimento e nella misura del proprio fallimento -. Chi aderisce al sindacato, chi dissente da questa visione non è altri che un fannullone o un lavoratore che vuole tenere in ostaggio un settore intero, contro gli interessi di quei lavoratori che, in quest'ottica, si impegnano davvero.
Che il successo sia la misura di tutte le cose si può notare anche dagli attacchi costanti al dissenso politico: esempi emblematici gli attacchi post mortem subiti da Pietro Ingrao sul giornale, l'Unità, che fu di Gramsci. In Ingrao, con il tramite di articoli come quelli di Rondolino, si è voluto colpire un dissenso ontologicamente incomprensibile, semplicemente perché non atto a produrre risultati immediati e immediatamente visibili. L'opposizione di Ingrao è presa quindi a simbolo di ogni possibile dissenso che, in quanto tale, è sempre assolutamente perdente; in più, il dissenso in quanto tale è futto di immaturità politica e cognitiva, rifugio adolescenziale - eppure il successo del renzismo si è fondato proprio sul dissenso nei confronti di una precedente classe dirigente -. Una visione che è semplicemente incapace di cogliere il valore del dissenso in quanto tale, persino dell'insuccesso. Sarebbe troppo semplice ricordare  come storicamente sia stato proprio il dissenso verso certi tratti della nostra cultura a fondarne il superamento e il progresso della civiltà occidentale (il dissenso nei confronti dello schiavismo, del fascismo, del nazismo, della pena di morte...); il punto è che una cultura politica incapace di riconoscere le ragioni altrui perché convinta ssolutisticamente delle proprie, che riduce i diritti dei lavoratori, che segue pedissequamente le ragioni degli industriali, non solo tradisce gli ideali di qualsiasi sinistra, di opposizione o di governo che sia, ma rischia di essere un vulnus per la democrazia, nella misura in cui attenta alle sue strutture sminuendone continuamente il valore storico e l'importanza presente.

Foto: gazzettadellavoro.it