venerdì 31 maggio 2013

Mondo Padano del 31/05/2013 parla della Webzine delle classi del Liceo Artistico di Crema

L'articolo è fruibile anche al seguente link, poche parole per l'intervista delle due vicedirettrici della Webzine che ha occupato il pentamestre delle mie prime liceo. Un bel lavoro, in cui le classi hanno dimostrato di saper lavorare in gruppo e ottimo spirito critico nella ricerca e nel vagliare le fonti in rete. Soddisfazioni per questi ragazzi.



lunedì 27 maggio 2013

L'imbroglio di chi parla d'imbroglio dei testi digitali. Conclusioni su un anno di Generazione Web

Anche oggi tocca leggere, di preciso su Orizzontescuola al seguente link, di gente che parla a vanvera della digitalizzazione scolastica.
Di preciso, leggendo l'intervento di Davide Rossi, vengono in mente le seguenti obiezioni:
  1. Si lamenta che dei libri digitali vengono acquistate le licenze d'uso, che possono durare tempi limitati. La domanda è, dov'erano gli insegnanti quando hanno approvato il progetto Generazione Web nelle singole scuole? A che serve, a che pro il lamentare una propria ignoranza? Perché approvare qualcosa che non si conosce approfonditamente e poi lamentarsene è solo simbolo di dabbenaggine.
  2. Vero è che i libri forniti spesso sono stati dei meri PDF, ma con le opportune applicazioni anch'essi sono comunque editabili. Detto questo, non è che chi condanna l'uso del tablet perché costringerebbe ad essere concentrati sul mezzo più che sul fine, a sua volta non fa altro che concentrarsi sullo strumento didattico, l'unico che conosce, il libro di testo cartaceo, senza alcuna minima voglia di sperimentare o di scoprire che la conoscenza sta fuori da quelle pagine rassicuranti?
  3. E così giungiamo all'ultimo punto. Ci si lamenta della scarsa multimedialità di questi testi digitali, demandando allora all'uso di risorse come Wikipedia, che si ignora essere non una fonte ma un contenitore di fonti; ci si lamenta poi dell'impossibilità di un mercato di seconda mano di tali testi digitali. Vale qui ricordare che il testo scolastico è coperto da diritti d'autore, che dietro di esso non c'è solamente un lavoro di collazione, ma dovrebbe esserci sempre un approfondito lavoro di ricerca; consigliare quindi un mercato dell'usato per i testi scolastici vuol dire favorire l'evasione del diritto d'autore di chiunque abbia lavorato a questi testi, oltre a favorire pratiche dannose per la didattica (sappiamo tutti che l'alunno che usa un testo già sottolineato avrà la tendenza ad appiattirsi sul lavoro svolto da qualcun altro). Inoltre, vista la duttilità del mezzo informatico, perché i docenti non approntano, come si fa in molte scuole, un loro testo? Le possibilità non mancano, i mezzi pure, le fonti in rete sono moltissime, e di certo un insegnante che sia tale, in team ad esempio nei dipartimenti per materie, dovrebbe avere la capacità e la possibilità di andare a costruire un testo ritagliato sulle esigenze della propria classe.
    Ma a questo punto emerge l'arcano: la scarsa volontà di mettersi in gioco dei docenti che lamentano uno strumento che non vogliono imparare a conoscere e ad adoperare. In un anno di sperimentazione con il testo digitale nelle mie classi abbiamo dovuto metterci tutti in gioco, alunni e docente. Abbiamo tentato di approntare strategie diverse, abbiamo usato modalità d'apprendimento tipiche del learning by doing, le webquest, abbiamo vagliato le fonti in rete, realizzazto una webzine, approntato due saggi in formato epub; abbiamo adoperato mezzi sostitutivi del testo digitale, presentazioni, slides, condiviso materiali in rete, realizzato i podcast delle lezioni frontali per renderle fruibili agli alunni assenti o con disturbi dell'apprendimento; senza con questo escludere a priori anche l'uso del testo scolastico tradizionale e di quelli cartacei. I risultati sono stati migliori nelle classi più aperte alla sperimentazione, lì dove il consiglio di classe non si è spaccato in una polemica controproducente fra favorevoli e contrari, ma si è impegnato nel far comprendere ai discenti che queste modalità d'apprendimento, con la giusta motivazione, possono essere proficue quanto, se non di più, modalità d'insegnamento più tradizionali.
     

domenica 26 maggio 2013

Khan accademy, materiali per il flipped learning

Khan accademy è il portale che racchiude video, prodotti da insegnanti, per la gran parte in lingua inglese, immaginati e realizzati per il flipped learning, quella particolare modalità didattica che prevede un'inversione nelle normali abitudini didattiche scolastiche; nel caso del flipped learning l'insegnante demanda la spiegazione dell'argomento della lezione ad un video introduttivo che viene fruito dagli alunni a casa, e agisce da tutor in classe nell'applicazione di quanto imparato in azioni didattiche mirate, quali giochi di ruolo, attività di collaborazione eccetera.

OVOpedia, enciclopedia video

OVOpedia è una piccola enciclopedia multimediale che permette l'accesso a dei brevi video, di circa tre minuti, su numerosi argomenti culturali che spaziano dalle scienze esatte a le scienze umane. Il sito si rivela utile per rapidi ripassi su argomenti noti o già trattati.

TED, portale di conferenze

TED è un portale che permette la fruizione di innumerevoli conferenze tenute da celebrità ed esperti riguardo a problematiche di scienze sociali, mane, economiche, scienze esatte o semplicemente sulle più recenti innovazioni tecnologiche. Caratteristica particolarmente interessante di questo portale è che permette una fruizione multilingue dei suoi video, avendo la possibilità di vederli sottotitolati in decine di lingue, compreso l'Italiano.

Zunal, risorsa per le webquest

Zumal.com è un'ottima risorsa per la ricerca e lo sviluppo di webquest. Nella sua versione gratuita il sito consente di accedere a migliaia di webquest, purtroppo nella maggior parte in inglese, e di realizzarne sulla base di modelli standard, linkando o caricando sul sito risorse. Il tool di realizzazione è di facile uso, permettendo una discreta libertà nella realizzazione dei propri lavori.


venerdì 24 maggio 2013

Joseph Heller, Comma 22

«"Chi è pazzo può chiedere di essere esentato dalle missioni di volo, ma chi chiede di essere esentato dalle missioni di volo non è pazzo".»

Comma 22 è letteralmente un libro paradossale; nel senso che tutta la vicenda narrata magistralmente da Heller si fonda su dei paradossi. Yossarian, il protagonista, partecipa alla Seconda Guerra Mondiale arruolato nell'aviazione americana. Le vicende in cui il protagonista è coinvolto si svolgono in Italia, tra Roma, Parma, Ferrara, Bologna, sino ad Avignore e all'Africa. Yossarian e i suoi compagni si troveranno ad affrontare situazioni sempre più paradossali, in cui la follia e le nevrosi umane si susseguono in un gioco comico e tragico ad un tempo.

Su tutto, dicevamo, regna il paradosso. Yossarian vuole e non vuole scappare dal fronte italiano, può e non può ad un tempo. Yossarian, come il suo compagno Nately, ama e non ama; l'uno prova un sentimento che un altro narratore avrebbe definito come amore nei confronti della Nurse Ducket, l'altro, il giovane Nately, nei confronti di una puttana romana, senza essere ricambiato fin quasi alla conclusione della vicenda. Dunbar, amico di Yossarian, è malato e non lo è; Orr è un pilota talmente incapace da essere sempre abbattuto durante le missioni, ma è talmente capace da essere l'unico in grado di fuggire dal fronte. Milo, il dispensiere, è l'uomo più importante sul fronte di guerra, tanto da gestire l'import-export tra gli USA e il resto del mondo, assoggettando al suo volere colonnelli e generali.

Comma 22 è il romanzo della follia umana: Yossarian è pazzo e non lo è; solo se potrà dimostrare di essere pazzo potrà lasciare il campo di battaglia, ma dimostrando la sua follia mostrerà anche la sua lucidità, impedendo così di essere dispensato dalla guerra.

La follia della guerra, con i suoi generali e colonnelli che pur di guadagnare prestigio e potere aumentano di volta in volta il numero delle missioni necessarie ai propri sottoposti per poter tornare a casa, organizzano marce per vittorie inesistenti, mandano sl macello i propri caccia per poter scattare delle belle foto panoramiche.

Il romanzo del degrado: il degrado di uomini che vinti dalla follia e dalle loro stesse nevrosi sono prigionieri di un carcere che essi stessi non riconoscono, di una legge, il comma 22, che tutto permette al forte perché talmente inconsistente da essere incontestabile. In questo degrado le strade di Roma diventano allegoria del degrado morale dell'uomo che perde la propria capacità di guardare alle cose per quello che sono e non per quello che appaiono, e in questo degrado Yossarian che vuole essere pazzo è l'unico uomo sano, l'uomo che redime il cappellano dalla sua ignavia, l'unico che riconosce le capacità di Orr, l'unico a mantenere l'umanità per vedere il morto che per tutto il romanzo sarà suo compagno di tenda e che l'esercito americano volutamente ignora per non dover dare dispaccio di un fallimento.

Un romanzo geniale, la cui struttura concentrica, labirintica, spiraliforme, in cui tutto si tiene in un caotico avvolgersi porta il lettore prima a ridere crudamente delle miopie umane, sino però a toccare il fondo del senso doloroso del tragico.

 

giovedì 23 maggio 2013

Considerazioni sul rapporto tra generazioni in Italia

A sentire i quaranta/cinquanta/sessantenni italiani sembra tutto chiaro: la colpa dello sfascio di questo paese è tutto di quelli, di quegli adolescenti venuti su a smartphone e tablet, informatica a gogo, senza saper né leggere né scrivere, senza nozioni di matematica e scienze.

Per carità, sarà anche vero che gli adolescenti sono così, anche se non ci credo; ammettiamo pure abbiano ragione. Ma chi li ha educati così? Si sono autogenerati questi adolescenti e questi trabiccoli elettronici? Sono esseri animati questi strumenti tali da costringere come schiavi i giovani ad una colpevole sudditanza?

O forse dobbiamo essere onesti: dobbiamo dirci chiaramente che la generazione dei quaranta/cinquanta/sessantenni italiani è stata essa imbelle, irresponsabile, gaudente, ignorante e supponente. Forse dobbiamo anche dirci che il 40% degli italiani adulti, quelli che i tablet non li vogliono vedere, non sanno che il sole è una stella, non sanno collocare sulla cartina la Basilicata, non leggono più di tre libri all'anno (in questo caso la percentuale aumenta ancora) e le loro competenze linguistiche sono fra le più basse d'Europa, senza che possano nascondersi dietro la scusa dell'emigrazione; forse dobbiamo anche dirci che queste generazioni sono quelle che hanno creato il buco delle finanze dello stato, hanno diffuso il malcostume dell'egocentrismo sfrenato, soffrono di una indomabile incapacità di autovalutazione, hanno problemi francamente sconcertanti con la logica formale, che il più delle volte ignorano. Forse dobbiamo anche dirci che queste generazioni soffrono di un diffuso complesso di Peter Pan, non sono capaci di assumersi le loro responsabilità nel declino di uno stato, il nostro, e cercano un capro espiatorio in ciò che non capiscono e non vogliono capire.

Per carità, parliamo sempre di generalizzazioni. Ma una volta tanto, bisogna onestamente dirlo, avete rotto il cazzo con la retorica del si stava meglio quando si stava peggio.

Distanze, Sebastiano Valentino Cuffari

Distanze

A. conosce B. a lavoro, un piccolo ufficio della Motorizzazione. I due sono giovani, fra i pochi in quel posto di lavoro sperduto e poco gratificante. A. inizia a raccontare a B. la storia della sua vita, di come da piccolo avesse sempre trovato interessante studiare le stelle e i pianeti, prima appassionandosi ai miti su quei corpi celesti, poi all’astronomia come scienza. B. ascolta, tra un documento e l’altro, senza mai obiettare, senza mai dare la sensazione di annoiarsi o di volersi trovare altrove.
A. e B. cominciano a frequentarsi: qualche birra, qualche aperitivo, una, due, tre cene assieme. Senza accorgersene i due si sono innamorati l’uno dell’altra. Senza volerlo, la loro vita si è incanalata nel rassicurante alveo del Fiume Delle Cose Così Come Dovrebbero Essere.
A. e B. in fondo non si conoscono, ma non è questo ad essere importante.
B. un giorno deve partire, va a trovare un amico che non vede da tempo, un compagno di studi dei tempi dell’università. B. è indeciso, non sa se portare con sé anche A.. In fondo si conoscono da poco, si dice, forse è meglio aspettare.
Così B. parte, va in Danimarca, (l’amico ha fatto carrierà lì, ora dirige una piccola azienda che si occupa di imballaggio). Quando si ritrovano, B. e il suo amico, B. Sente di riscoprirsi, di riconoscere una persona che non vedeva più da tempo. B. e l’amico parlano, ricordano i vecchi tempi. Erano giovani e spensierati all’epoca, tutto ciò che poteva interessare era allora lo studio e il sesso, non per forza in quell’ordine. Avevano delle ambizioni all’epoca.
B. scopre suo malgrado, in Danimarca, lontano da tutto e da tutti, se non il suo amico dei tempi dell’università, che la vita gli ha già tolto tutto, a trentacinque anni, e che quanto aveva desiderato per sé da giovane, tutto era scomparso nella routine delle cose. Cose che, per inciso, non aveva neanche mai desiderato.
B. Telefona ad A.. La telefonata è breve, contraddittoria, alogica. B. ha scoperto di avere bisogno di tempo, di ritrovarsi. Forse è la distanza, forse è lui, ma sente che qualcosa è cambiato, o forse è solo lui ad essere diverso. Forse è diverso persino da ciò che ha sempre pensato di essere.
Figuriamoci A.
A. rimane senza parole, letteralmente. Per mesi non parla con nessuno, la depressione lo vince. Non torna a lavoro, vive solamente dei pochi soldi messi da parte per poter vivere con la persona che ha deciso di avere la delicatezza di comunicare per telefono la sua scelta di andarsene via.
Gli amici della coppia, come è facile immaginare, si trovano in difficoltà. Gli uni spariscono per non doversi trovare a scegliere per chi parteggliare, gli altri si dividono a seconda delle preferenze, antipatie, simpatie, desideri.
Passano gli anni.
A. ha finalmente ricominciato a parlare. Ora vive da solo, è già vicino ai quaranta. Il lavoro come impiegato è rimasto più o meno lo stesso, una piccola promozione qualche gratificazione di poco conto. I capelli sono un po’ più radi, la vista un po’ più annebbiata.
B. è tornato dalla Danimarca, ora vive con un’altra persona; si è rifatto una vita, forse ha finalmente trovato quello che cercava, forse non ha mai cercato davvero, o forse, più semplicemente, ha scoperto che ciò che cercava non era mai esistito. Di fatto A. e B. non si vedono da anni.
B. deve recarsi alla Motorizzazione, deve rinnovare la patente. Lo fa con un misto di paura e di desiderio. Non sa che fine abbia fatto A., se lavori ancora lì o se sia sparito in qualche angolo recondito dell’universo.
Non importa, non si incontrano, quel giorno A. non lavora. Quando lascia l’ufficio, B. è sollevato e deluso ad un tempo. Le due vite parallele non si incontreranno più, mai più. Così pochi metri di distanza sono ormai uguali ai chilometri che li hanno divisi. Un giorno rimpiangerà tutto questo, il semplicemente sentirsi vivi, il sentimento della vita che scorre e delle sue emozioni che sfuggono come sabbia tra le dita.
Un giorno A. si reca al supermercato. È tardi, ha fame, sonno e bisogno di una doccia. Non ha intenzione di perdere tanto tempo, ma la stanchezza lo costringe a percorrere quelle poche centinaia di metri che lo separano dai carrelli della spesa con una lentezza asfissiante. Al parco dei bambini giocano sotto dei salici, rincorrono un pallone e un cane, mentre delle donne, in disparte, li osservano. Alcune chiacchierano tra di loro senza badare ai passanti, gesticolando con le mani aperte e le borse a tracolla. Un SUV gli taglia la strada.
Quando raggiunge il supermercato, A. si accorge della massa di gente che lo affolla, istantaneamente sospira, smarrito. Si aggira svogliato fra i reparti seguendo un percorso mistico che lo guida dai detersivi ai surgelati passando per il pannolini e i proteggi slip. Quando vede un ragazzino cadere di fronte a sé, si ferma, stupito, ad osservarlo, prima di porgergli una mano per risollevarsi.
Alla cassa A. cerca di accatastare nelle buste quelle poche cose che ha comprato il più in fretta possibile, poi, senza voltarsi, percorre il lungo e pallido corridoio e si immette attraverso l’uscita nello spiazzale antistante. Una donna, forse avrà vent’anni, così giovane, esce di casa. Potrebbe quasi essere sua figlia. Ha il viso squadrato, degli occhiali che le scendono dal naso sporgente. Non si direbbe una bella donna. A. la osserva, si pone delle domande. A. si ferma mentre la donna si allontana, va di fretta, apre la portiera di una macchina e sparisce all’interno; mette la prima, una rapida occhiata alla strada, è sparita. Chi era? A. si chiede se quella donna è mai realmente esistita. Cerca delle risposte che vadano oltre i suoi sensi, ma non le trova. Nel farsi delle domande, A. si scopre vivo, e in quello stesso momento A. ha chiaro che la sua morte è iniziata.
A. prende il telefono. Compone il numero di B. Non lo componeva da anni, non sa se il numero è rimasto lo stesso. Il telefono squilla, squilla a vuoto. Due ombre rimangono tali, se non si guarda chi le proietta.

mercoledì 22 maggio 2013

I mali della scuola pubblica italiana, guardati dall'estero

Per leggere il resto della discussione, seguite il link

 Mike Flor scrive
May 13 2013: I'm from Italy. There are a lot of problems concerning education. As far as I can tell, the most compelling ones are:
1)Teachers. Their status is getting lower and lower. They receive one of the lowest salaries among developed countries, and they are often called "slackers" by a big part of the general population (often small entrepreneurs) and sometimes even by members of the governing body. If we want our professors to be motivated, this attitude must change.
-Complete lack of feedback. One of the things that emerged from Bill Gates and Ken Robinson's talk, is the fact that the best students come from countries where a feedback system has been implemented. Teachers watch each other's lessons, and then they suggest their colleagues what they should do to improve their performances with their students. Nothing of that sort exists here.
2)Study programmes. One day a Canadian friend of mine came over to visit me and he was just baffled to the amount of homework I have to endure. Italian school system makes its students spend much more time in school than other OCSE members, and the results are anyway poor, and they have gotten increasingly worse over the years according to PISA tests http://en.wikipedia.org/wiki/Programme_for_International_Student_Assessment. That is also because the students cannot really focus on important things to learn, so the often end up studying bad, or not studying at all.
3)Private schools. This is a real scourge. There are a lot of rich and incredibly lazy students who attend those schools, the only thing they have to do to pass is to pay their dues. This is incredibly unfair. Since you can also catch up with the years you have lost when you fail to pass in public school. In just one year you can catch up 3 years, and then you are back in your old classroom, with your old mates and the teachers who once flunked you.
4)Disastrous cutback. Billion of euros have been cut back in recent years. This has led to make everything even worse

martedì 21 maggio 2013

TED Talks Education

Una serie di interventi di esperti e celebrità più o meno ferrate sulla scuola del futuro e l'importanza dell'istruzione

lunedì 20 maggio 2013

Scrivere open, le migliori suite office opensource e gratuite



Prendendo spunto da quanto scritto oggi riguardo alla cronica dipendenza da Microsoft Office nella nostra amministrazione pubblica, scuola compresa, sembra il caso di citare le migliori suite office, opensource o gratuite, che la rete ci mette a disposizione. caratteristica di queste suite, in particolare, dovrà essere l'essere multipiattaforma, ovvero il garantire un supporto su più sistemi operativi desktop, e il poter permettere una compatibilità il più alta possibile fra i formati. Al riguardo le alternative non mancano.

In primis partiremo con LibreOffice, erede della conosciutissima OpenOffice, ne riprende lo stile grafico e la completezza. LibreOffice appare oggi la suite da ufficio più completa, offrendo il supporto ad un amplissimo raggio di formati e la quasi totale compatibilità con tutte le versioni di Microsoft Office. Tutto ciò in salsa opensource e grauita.


Un'altra suite da lavoro molto conosciuta in ambiente linux è senz'altro Calligra, legata al desktop KDE, questa suite è in continua evoluzione e promette di diventare nel prossimo futuro sempre più completa e gradevole da usare.


Un'altra suite da ufficio completa e gratuita è la cinesissima, ma anche in lingua inglese, Kingsoft Office, multipiattaforma, tanto da coprire anche l'ambiente android. L'unico svantaggio attuale, oltre a qualche errore di gioventù di questo prodotto, sta nello scarso supporto ai diversi formati, attenendosi ai semplici formati office 2003.

Quando la scuola lavora per Microsoft, ovvero, se l'INVALSI non è Open



Già più volte ho segnalato su questo blog come la digitalizzazione della scuola pubblica sembri procedere senza un progetto chiaro o delle linee guida semplici e inappuntabili. Ciò malgrado vanno riconosciuti i meriti di alcune iniziative, come la più volte citata Generazione Web, o l'azione degna di lode di tutte quelle scuole che hanno deciso di autoprodurre i propri libri di testo. Ciò malgrado, dicevo, di tanto in tanto giungono chiari segnali, o dalle case editrici o dallo stesso Ministero, di incompetenza, se non di tentantivi di approfittare della situazione.

Non mi scaglierò contro l'INVALSI come molti: certo, l'istituto va rivisto, così com'è è davvero poco utile se non per attacchi ideologici e localistici, ma uno strumento per una valutazione oggettiva degli insegnamenti in Italia è necessario, e al riguardo il nostro ritardo è cronico. Certo, se all'INVALSI, già così contestato, aggiungiamo l'incompetenza informatica di chi lo gestisce...

È o dovrebbe essere risaputo che la pubblica amministrazione, per legge e per richiesta dell'UE, dovrebbe adoperare software aperto e standard aperti per la propria documentazione. Così però non avviene con le griglie di valutazione delle prove INVALSI, spedite dal Ministero alle singole scuole sotto forma di Macro Excel, non funzionanti se non con Microsoft Office. Per inciso, solo con Office 2003 nella mia esperienza, ovvero una versione pure datata, adoperando tra l'altro un protocollo ormai superato dalla stessa casa produttrice e detentrice dei diritti. Insomma, un fallimento su tutta la linea, soprattutto se si pensa alla necessità di trasparenza della Pubblica Amministrazione e alla richiesta sempre più pressante di competenze informatiche da parte dei docenti (si veda al riguardo il regolamento dell'ultimo concorso a cattedra per docenti).

domenica 19 maggio 2013

Il Silmarillion, J. R. R. Tolkien


Il Silmarillion è forse l'opera più complessa fra i testi principali di Tolkien, apparendo quasi come una sorta di canovaccio o di Bibbia del complesso mondo creato dall'autore inglese. Di fatto l'opera nasce dalla collazione di diversi manoscritti da parte del figlio dell'autore, Christopher, il quale con un lungo lavoro filologico ha ricostruito quelle che sono le vicende più importanti della Terra di mezzo a partire dalla Prima era sino alla conclusione della Terza, quella, per intenderci, che si chiude con la partenza delle ultime navi degli elfi assieme a Frodo Baggins e Gandalf. Nel mezzo vediamo un susseguirsi di eroi, vicende epiche e tragiche, spesso a stent sbozzate, in altri casi raccontate con discreta attenzione, tali comunque da lasciare il lettore sempre sorpreso e ammaliato.
Certo il Silmarillion è l'opera più difficile di Tolkien, proprio per la sua stessa genesi: ugualmente le vicende degli elfi, di Feanor e dei suoi Silmaril, di Morgoth e della sua caduta, causa della discesa del male nel mondo, tutto l'insieme di archetipi, simboli e miti che Tolkien con abilità incastona nella sua mitologia, creano un'atmosfera magica tale da costringere alla lettura e a perdersi, non senza acquistare poi come in dono una maggiore consapevolezza.

Lo hobbit, J. R. R. Tolkien


Noto ai più come prequel de Il signore degli anelli, il Lo hobbit è la prima opera di Tolkien. Alla domanda sull'origine degli hobbit, Tolkien raccontava che sbucarono così, dal nulla, durante una sessione d'esami all'università, comparendo come una folgorazione in un quaderno d'appunti.
L'hobbit Bilbo Baggins si trova qui coinvolto, quasi inconsapevolmente, in un'avventurosa missione al seguito di un gruppo di nani e di uno stregone, Gandalf, che lo porterà, tra le altre cose, a reperire un misterioso anello che lo rende invisibile.
Il lo hobbit venne scritto da Tolkien ben prima del Signore degli anelli; non per niente stile e genere letterario appaiono all'analisi diversi, ed in questo caso il tono fiabesco prevale. Non di meno l'opera resta godibile, sia per la simpatia che nasce nei confronti dei nani che accompagnano Bilbo, sia per l'incredibile curiosità del protagonista, novello Odisseo o uomo senza qualità alle prese con qualcosa ben più grande di lui

Il signore degli anelli, J. R. R. Tolkien


Il signore degli anelli è l'opera più conosciuta di J. R. R. Tolkien. Il romanzo, diviso per motivi editoriali in tre volumi, narra di Frodo Baggins e della Compagnia dell'anello e della loro missione, distruggere l'anello del potere con cui il terribile Sauron, l'artefice dell'anello, brama di conquistare e sottomottere l'intera Terra di mezzo.
La trama del romanzo parte, certo, da premesse fiabesche, non per niente il Signore degli anelli nasce come seguito di una fiaba, il Lo Hobbit, ma ne prende ben presto le distanze per assurgere a tutti gli effetti alle altezze dell'epica.
Sia chiaro, si tratta, forse al di là di ogni volontà dell'autore, di un'epica moderna; i grandi personaggi, molto più che in ogni altra opera di Tolkien, sono qui votati al fallimento. Nel Signore degli anelli la ribalta è degli umili, di coloro che accettano incondizionatamente il loro destino. Che sia Frodo Baggins, il portatore dell'anello lungo un percorso di perdizione e salvezza, fino al fallimento finale; che si tratti di Samvise Gamgee, il contraltare del suo padroncino Frodo, tanto umile da sapere di non poter essere lui il portatore; che si tratti di Faramir, il condottiero destinato ad un destino di second'ordine e che proprio per questo diviene paladino dei più deboli; che si tratti infine del mago Gandalf, non il più potente dei maghi, semplicemente il più umano nella sua alterigia.
Certo non mancano i campioni da poema epico: Aragorn e Boromir su tutti, speculari nel loro percorso; ma essi sono qui personaggi secondari, le ultime memorie di un epos che non può più esistere.
Su tutto campeggia una provvidenza che non è mai del tutto conoscibile nel suo agire: una provvidenza, certo, di origine cristiana, ma che del paganesimo ha una sorta di malinconia sfuggente, malinconia che si palesa nell'impossibilità per il portatore di tollerare a lungo la memoria del suo percorso, tanto da partire, in conclusione, assieme agli ultimi elfi verso terre ignote al resto della Terra di mezzo.
Dell'epica non rimarrà che il ricordo nelle cronache del buon Samvise, seduto, ormai maturo, nella dimora presso cui avrà fatto ritorno.

Soddisfazioni dal liceo


venerdì 17 maggio 2013

Joseph Heller, Comma 22, la cantina

Un capitolo di Comma 22, uno dei più belli, e i suoi paradossi
Ca­pi­to­lo 36.
LA CAN­TI­NA.


La morte di Na­te­ly fu un colpo mor­ta­le per il cap­pel­la­no. Il cap­pel­la­no Shi­p­man era se­du­to nella sua tenda, leg­gen­do certe sue carte, con gli oc­chia­li sul naso, quan­do suonò il te­le­fo­no e gli fu data la no­ti­zia dal­l'ae­ro­por­to della col­li­sio­ne fra i due aerei. Le bu­del­la gli di­ven­ta­ro­no in un at­ti­mo di ar­gil­la secca. La mano con cui posò la cor­net­ta del te­le­fo­no tre­ma­va. Anche l'al­tra mano co­min­ciò a tre­mar­gli. Il di­sa­stro era trop­po im­men­so per con­si­de­rar­lo con calma. Do­di­ci uo­mi­ni morti... una cosa spa­ven­to­sa, or­ren­da, sem­pli­ce­men­te or­ren­da! Sentì cre­sce­re in sé un sen­ti­men­to di ter­ro­re. Istin­ti­va­men­te pregò che Yos­sa­rian, Na­te­ly, Hun­gry Joe e gli altri suoi amici non si tro­vas­se­ro nella lista delle vit­ti­me, poi si rim­pro­ve­rò pen­ti­to, per­ché pre­ga­re per la loro sal­vez­za equi­va­le­va a pre­ga­re per la morte di altri gio­va­ni, che non co­no­sce­va nem­me­no. Era trop­po tardi per pre­ga­re; ep­pu­re non c'era altro ch'e­gli sa­pes­se fare. Il cuore gli pic­chia­va con un tonfo che sem­bra­va rim­bom­bas­se da qual­che luogo fuori dal suo corpo, ed egli si rese conto che non si sa­reb­be mai più se­du­to nella pol­tro­na di un den­ti­sta, non avreb­be mai più guar­da­to un col­tel­lo di chi­rur­go, mai più as­si­sti­to a un in­ci­den­te au­to­mo­bi­li­sti­co o udito una voce gri­da­re nella notte, senza sen­ti­re di nuovo quel tonfo vio­len­to nel petto, senza pro­va­re lo stes­so ti­mo­re della morte vi­ci­na. Non avreb­be mai più os­ser­va­to una bat­ta­glia a pugni senza te­me­re di per­de­re i sensi e di spac­car­si il cra­nio nel ca­de­re sul sel­cia­to, o sof­fri­re un fa­ta­le at­tac­co di cuore o una emor­ra­gia ce­re­bra­le. Si chie­se se avreb­be mai più visto sua mo­glie o i suoi tre fi­glio­let­ti. Si chie­se se avreb­be mai "do­vu­to" ri­ve­de­re sua mo­glie ora che il ca­pi­ta­no Black aveva ra­di­ca­to nella sua mente forti dubbi sulla fe­del­tà e la forza di ca­rat­te­re delle donne. C'e­ra­no così tanti altri uo­mi­ni, pensò, che po­te­va­no sod­di­sfa­re molto più pie­na­men­te sua mo­glie, dal punto di vista ses­sua­le. Ora, quan­do pen­sa­va alla morte, pen­sa­va sem­pre a sua mo­glie, e quan­do pen­sa­va a sua mo­glie pen­sa­va sem­pre che l'a­vreb­be persa.
Dopo un mi­nu­to o due il cap­pel­la­no si sentì ab­ba­stan­za in forze per al­zar­si e re­car­si, con cupa ri­lut­tan­za, nella tenda vi­ci­na a chia­ma­re il ser­gen­te Whit­comb. Il cap­pel­la­no chiu­se le mani a pugno per evi­ta­re che tre­mas­se­ro, men­tre le te­ne­va ap­pog­gia­te in grem­bo. Strin­se i denti e cercò di non ascol­ta­re i com­men­ti sod­di­sfat­ti ed esul­tan­ti del ser­gen­te Whit­comb sul tra­gi­co in­ci­den­te. Do­di­ci morti si­gni­fi­ca­va­no do­di­ci let­te­re di con­do­glian­ze in più, da spe­di­re con la firma del co­lon­nel­lo Ca­th­cart, tutte in­sie­me, ai pa­ren­ti più pros­si­mi dei de­ce­du­ti. Il ser­gen­te Whit­comb po­te­va spe­ra­re di far usci­re un ar­ti­co­lo sul co­lon­nel­lo Ca­th­cart nella "Sa­tur­day Eve­ning Post" prima di Pa­squa.
Al­l'ae­ro­por­to c'era un pe­san­te si­len­zio, che sof­fo­ca­va ogni mo­vi­men­to, come se un in­can­te­si­mo cru­de­le e in­sen­sa­to si fosse im­pos­ses­sa­to dei soli es­se­ri che avreb­be­ro po­tu­to in­ter­rom­per­lo. Il cap­pel­la­no era in preda a un ti­mo­re re­ve­ren­zia­le. Non aveva mai con­tem­pla­to prima una im­mo­bi­li­tà così gran­de, così spa­ven­to­sa. Quasi due­cen­to uo­mi­ni stan­chi, spa­ru­ti, ab­bat­tu­ti erano af­fol­la­ti al­l'en­tra­ta della sala istru­zio­ni, con in mano il ro­to­lo del pa­ra­ca­du­te, tetri, im­mo­bi­li, con i visi gi­ra­ti vuo­ta­men­te, se­con­do an­go­li di­ver­si di at­to­ni­to stu­po­re. Sem­bra­va non aves­se­ro la vo­lon­tà di al­lon­ta­nar­si, che fos­se­ro in­ca­pa­ci di muo­ver­si. Men­tre si av­vi­ci­na­va, il cap­pel­la­no era acu­ta­men­te con­scio del ru­mo­re che fa­ce­va­no i suoi passi. Con gli occhi cercò ve­lo­ce­men­te, fre­ne­ti­ca­men­te, in mezzo alla massa con­fu­sa delle fi­gu­re pie­ga­te. Fi­nal­men­te scor­se Yos­sa­rian e provò un sen­ti­men­to di gioia im­men­sa, ma poi la bocca gli si aprì len­ta­men­te in una smor­fia di or­ro­re in­sop­por­ta­bi­le quan­do os­ser­vò il viso di Yos­sa­rian, vi­vi­da­men­te, tor­men­to­sa­men­te se­gna­to da una di­spe­ra­zio­ne pro­fon­da e stu­pe­fat­ta. Capì su­bi­to, in­die­treg­gian­do per il do­lo­re e scuo­ten­do il capo con un gesto as­sur­do di pro­te­sta e im­plo­ra­zio­ne, che Na­te­ly era morto. E ogni spe­ran­za di es­ser­si sba­glia­to fu an­nul­la­ta quan­do udì il suono del nome di Na­te­ly che emer­ge­va con ri­pe­tu­ta chia­rez­za al di sopra del bal­bet­tio con­fu­so delle voci, del mor­mo­rio di cui prima non si era per nien­te ac­cor­to. La con­sa­pe­vo­lez­za lo la­sciò pa­ra­liz­za­to per il ter­ro­re. Non riu­scì a re­pri­me­re un sin­ghioz­zo. Na­te­ly era morto. Il san­gue cessò di cir­co­lar­gli nelle gambe, e te­met­te di ca­de­re. Na­te­ly era morto: il ra­gaz­zo era stato uc­ci­so. Un ge­mi­to con­fu­so si formò nella gola del cap­pel­la­no, co­min­cia­ro­no a tre­mar­gli le ma­scel­le. Gli occhi gli si riem­pi­ro­no di la­cri­me, stava pian­gen­do. Co­min­ciò a di­ri­ger­si verso Yos­sa­rian, in punta di piedi, per pian­ge­re al suo fian­co e par­te­ci­pa­re al suo muto do­lo­re. In quel mo­men­to una mano l'af­fer­rò ru­vi­da­men­te at­tor­no a un brac­cio e una voce bru­sca gli do­man­dò:
«Il cap­pel­la­no Shi­p­man?»
Si volse sor­pre­so e si trovò di fron­te un co­lon­nel­lo ro­bu­sto e pu­gna­ce con la testa larga, dei gran baffi e una pelle li­scia e flo­ri­da. Non aveva mai visto quel­l'uo­mo prima di al­lo­ra. «Sì. Cosa c'è?» Le dita che gli strin­ge­va­no il brac­cio gli fa­ce­va­no male, ed egli cercò in­va­no di li­be­rar­se­ne con uno strat­to­ne.
«Venga con noi.»
Il cap­pel­la­no in­die­treg­giò con­fu­so e spa­ven­ta­to. «Dove? Per­ché? E lei chi è, di gra­zia?»
«E' me­glio che ci segua, Padre,» sul­l'al­tro fian­co gli com­par­ve un mag­gio­re magro, dal naso aqui­li­no, che in­to­nò con re­ve­ren­te do­lo­re: «Siamo in­via­ti del go­ver­no. Vo­glia­mo farle delle do­man­de»
«Che spe­cie di do­man­de? Cosa è suc­ces­so?»
«Lei non è il cap­pel­la­no Shi­p­man?» do­man­dò l'o­be­so co­lon­nel­lo. «Sì, è lui,» ri­spo­se il ser­gen­te Whit­comb.
«Vada con loro,» gli gridò il ca­pi­ta­no Black con un sog­ghi­gno osti­le e sprez­zan­te. «Salga sul­l'au­to­mo­bi­le se non vuoi fi­ni­re male.»
Delle mani sta­va­no tra­sci­nan­do via ir­re­si­sti­bil­men­te il cap­pel­la­no. Egli avreb­be vo­lu­to in­vo­ca­re a gran voce l'a­iu­to di Yos­sa­rian, ma que­sti sem­bra­va trop­po lon­ta­no per­ché lo po­tes­se sen­ti­re. Al­cu­ni degli uo­mi­ni ch'e­ra­no lì vi­ci­no già co­min­cia­va­no guar­da­re verso di lui con cre­scen­te cu­rio­si­tà. Il cap­pel­la­no chinò il capo, rosso per la ver­go­gna, e si la­sciò spin­ge­re sul se­di­le di die­tro di una mac­chi­na del co­man­do, se­du­to in mezzo al co­lon­nel­lo gras­so con la fac­cia larga e rosea e il mag­gio­re spa­ru­to, un­tuo­so, ma­lin­co­ni­co. Au­to­ma­ti­ca­men­te of­fer­se un polso a cia­scu­no per un mo­men­to, nel caso vo­les­se­ro met­ter­gli le ma­net­te. Un altro uf­fi­cia­le si era già si­ste­ma­to sul se­di­le da­van­ti. Un alto agen­te della M.P., con un fi­schiet­to e un el­met­to bian­co, si mise al vo­lan­te. Il cap­pel­la­no non osò al­za­re gli occhi fin­ché l'au­to­mo­bi­le chiu­sa non si fu al­lon­ta­na­ta ve­lo­ce­men­te dal­l'ae­ro­por­to, e le ruote co­min­cia­ro­no a fi­schia­re sulla stra­da ri­co­per­ta di ca­tra­me e piena di buche.
«Dove mi state con­du­cen­do?» chie­se con una voce resa som­mes­sa dalla ti­mi­dez­za e dal senso di colpa, gli occhi tut­to­ra ab­bas­sa­ti. Gli passò per il cer­vel­lo l'i­dea che lo ri­te­nes­se­ro col­pe­vo­le del­l'in­ci­den­te aereo e della morte di Na­te­ly. «Cosa ho fatto?»
«Per­ché non tieni la bo­to­la chiu­sa e le do­man­de le lasci fare a noi?» disse il co­lon­nel­lo.
«Non par­lar­gli in quel tono,» disse il mag­gio­re. «Non è ne­ces­sa­rio trat­tar­lo con ir­ri­ve­ren­za.»
«E al­lo­ra digli di te­ne­re la bo­to­la chiu­sa e le do­man­de la­sciar­le fare a noi.»
«Padre, per fa­vo­re tenga la bo­to­la chiu­sa e le do­man­de le lasci fare a noi,» gli rac­co­man­dò il mag­gio­re con molta com­pren­sio­ne. «Sarà me­glio per lei.»
«Non c'è bi­so­gno di chia­mar­mi Padre,» disse il cap­pel­la­no. «Non sono cat­to­li­co.»
«Nep­pu­re io lo sono, Padre,» disse il mag­gio­re. «E' che io sono una per­so­na molto de­vo­ta, e mi piace chia­ma­re 'Pa­dre' tutti gli uo­mi­ni di Dio.»
«Non crede nem­me­no che ci siano degli atei in trin­cea,» scher­zò il co­lon­nel­lo, con una go­mi­ta­ta fa­mi­lia­re nelle co­sto­le del cap­pel­la­no. «Su, cap­pel­la­no, di­glie­lo. Ci sono degli atei in trin­cea?»
«Non lo so, si­gno­re,» ri­spo­se il cap­pel­la­no. «Non sono mai stato in trin­cea.»
L'uf­fi­cia­le se­du­to da­van­ti girò il capo di colpo con un'e­spres­sio­ne pro­vo­ca­to­ria. «Tu non sei mai stato nep­pu­re in cielo, non è vero? Ma lo sai che c'è il Pa­ra­di­so, non è vero?»
«Op­pu­re non lo sai?» disse il co­lon­nel­lo.
«E' una colpa molto grave quel­la che ha com­mes­so, Padre,» disse il mag­gio­re.
«Quale colpa?»
«Non lo sap­pia­mo an­co­ra,» disse il co­lon­nel­lo. «Ma lo sco­pri­re­mo pre­sto. E non c'è dub­bio che sia molto grave.»
L'au­to­mo­bi­le prese una stra­da la­te­ra­le che con­du­ce­va al Quar­tier Ge­ne­ra­le di grup­po, con uno stri­do­re di ruote in curva, di­mi­nuen­do l'an­da­tu­ra solo di poco, poi ol­tre­pas­sò il par­cheg­gio e si fermò sul retro del­l'e­di­fi­cio. I tre uf­fi­cia­li e il cap­pel­la­no sce­se­ro dal­l'au­to­mo­bi­le. In fila in­dia­na, fe­ce­ro scen­de­re il cap­pel­la­no per una rampa don­do­lan­te di sca­li­ni di legno e lo fe­ce­ro en­tra­re in una stan­za umida e tetra dello scan­ti­na­to, con un sof­fit­to di ce­men­to e dei muri di pie­tra nuda. In ogni an­go­lo c'e­ra­no delle ra­gna­te­le. Un enor­me cen­to­pie­di at­tra­ver­sò di corsa la stan­za e andò a ri­fu­giar­si die­tro un tubo del­l'ac­qua. Fe­ce­ro se­de­re il cap­pel­la­no su una sedia dura, dallo schie­na­le ri­gi­do, che stava ac­can­to a un pic­co­lo ta­vo­lo di legno ru­vi­do.
«Prego, ac­co­mo­da­ti, cap­pel­la­no,» gli disse il co­lon­nel­lo con un in­vi­to cor­dia­le, e ac­ce­se una lam­pa­da ac­ce­can­te di­ri­gen­do­ne il rag­gio drit­to negli occhi del cap­pel­la­no. Posò sul ta­vo­lo un paio di pugni di ferro e una sca­to­la di fiam­mi­fe­ri di legno. «Vo­glia­mo che ti senta a tuo agio.»
Il cap­pel­la­no spa­lan­cò gli occhi, in­cre­du­lo. I denti gli bat­te­va­no e gli sem­bra­va che le sue mem­bra si fos­se­ro com­ple­ta­men­te svuo­ta­te di ogni ener­gia. Non aveva più forza. Avreb­be­ro po­tu­to far­gli qual­sia­si cosa, pensò; que­sti uo­mi­ni bru­ta­li avreb­be­ro po­tu­to pic­chiar­lo a morte lì in quel­la can­ti­na, e nes­su­no sa­reb­be in­ter­ve­nu­to a sal­var­lo, nes­su­no forse, a ec­ce­zio­ne del mag­gio­re de­vo­to e com­pren­si­vo dal viso af­fi­la­to, che aper­se un ru­bi­net­to e lo fece sgoc­cio­la­re con un suono mo­no­to­no e forte den­tro il la­van­di­no, e poi tornò verso il ta­vo­lo, su cui posò, ac­can­to ai pugni di ferro, dei pe­san­ti ma­ni­cot­ti di gomma.
«Andrà tutto bene, cap­pel­la­no,» disse il mag­gio­re fa­cen­do­gli co­rag­gio. «Non c'è nulla che lei debba te­me­re se non è col­pe­vo­le. Per­ché ha tanta paura? Non sarà per caso col­pe­vo­le, eh?»
«Certo che è col­pe­vo­le,» disse il co­lon­nel­lo. «Si­cu­ro come esi­ste l'in­fer­no.»
«Col­pe­vo­le di che cosa?» im­plo­rò il cap­pel­la­no, che si sen­ti­va sem­pre più con­fu­so e non sa­pe­va a quale dei tre uo­mi­ni ri­vol­ger­si per im­plo­ra­re pietà. Il terzo uf­fi­cia­le non por­ta­va alcun grado e stava da un lato, in ag­gua­to. «Cosa ho fatto?»
«E' pro­prio quel­lo che vo­glia­mo sa­pe­re,» ri­spo­se il co­lon­nel­lo, e spin­se un notes e una ma­ti­ta at­tra­ver­so il ta­vo­lo fin da­van­ti al cap­pel­la­no. «Scri­vi il tuo nome su lì, per fa­vo­re. Con la tua cal­li­gra­fia.»
«La mia cal­li­gra­fia?»
«Pro­prio così. Su que­sta pa­gi­na, dove pre­fe­ri­sci.» Quan­do il cap­pel­la­no ebbe fi­ni­to, il co­lon­nel­lo prese il notes e lo os­ser­vò, met­ten­do­lo ac­can­to a un fo­glio di carta che estras­se da una car­tel­la. «Visto?» disse al mag­gio­re, che gli si era messo al fian­co e stava guar­dan­do gra­ve­men­te il notes da die­tro le sue spal­le.
«Non è la stes­sa cal­li­gra­fia, non è vero?» az­zar­dò il mag­gio­re.
«Te l'a­ve­vo detto che era stato lui.»
«A far che cosa?» chie­se il cap­pel­la­no.
«Cap­pel­la­no, que­sta è una brut­ta sor­pre­sa per me,» lo rim­pro­ve­rò il mag­gio­re con un'a­ria di pro­fon­do do­lo­re.
«Che cosa?»
«Non posso dirle quan­to io sia de­lu­so.»
«Per che cosa?» in­si­stet­te il cap­pel­la­no an­co­ra più agi­ta­to. «Cosa ho fatto?»
«Ecco,» ri­spo­se il mag­gio­re e, con un'e­spres­sio­ne di de­lu­sio­ne e di di­sgu­sto, fece ca­de­re sul ta­vo­lo il notes su cui il cap­pel­la­no aveva scrit­to il suo nome. «Que­sta non è la sua cal­li­gra­fia.»
Il cap­pel­la­no sbat­té gli occhi più volte per lo sba­lor­di­men­to. «Ma certo che è la mia cal­li­gra­fia.»
«No, che non lo è, cap­pel­la­no. Lei sta men­ten­do di nuovo.»
«Ma se l'ho ap­pe­na scrit­to io stes­so!» gridò il cap­pel­la­no esa­spe­ra­to. «M'a­ve­te visto tutti men­tre l'ho scrit­to.»
«Ap­pun­to,» ri­spo­se il mag­gio­re ama­reg­gia­to. «Ho visto io stes­so men­tre lo scri­ve­va. Non può ne­ga­re di aver­lo scrit­to. Una per­so­na che è di­spo­sta a men­ti­re quan­do si trat­ta della sua cal­li­gra­fia è di­spo­sta a men­ti­re in qual­sia­si cir­co­stan­za.»
«Ma chi ha men­ti­to ri­guar­do alla mia cal­li­gra­fia?» do­man­dò il cap­pel­la­no, di­men­ti­can­do il suo ti­mo­re nel­l'on­da­ta di rab­bia e in­di­gna­zio­ne che salì im­prov­vi­sa­men­te den­tro di lui. «Siete matti o che cosa? Di cosa state par­lan­do voi due?»
«Le ab­bia­mo chie­sto di scri­ve­re il suo nome colla sua cal­li­gra­fia. E lei non l'ha fatto.»
«Ma certo che l'ho fatto. E di chi sa­reb­be quel­la cal­li­gra­fia se non è la mia?»
«Di qual­cun altro.»
«Ma chi?»
«Que­sto lo sta­bi­li­re­mo im­me­dia­ta­men­te,» mi­nac­ciò il co­lon­nel­lo.
«Parli, cap­pel­la­no.»
Il cap­pel­la­no guar­da­va ora l'uno ora l'al­tro uf­fi­cia­le con cre­scen­te dub­bio e ir­ri­ta­zio­ne. «Que­sta cal­li­gra­fia è la mia,» so­sten­ne con pas­sio­ne. «E dove mai sa­reb­be la mia cal­li­gra­fia, se non è que­sta?»
«Qui,» ri­spo­se il co­lon­nel­lo. E con un'a­ria di gran­de su­pe­rio­ri­tà, buttò sul ta­vo­lo una copia fo­to­sta­ti­ca di un pezzo di carta da let­te­ra mi­li­ta­re sulla quale era stato can­cel­la­to tutto ec­cet­to l'i­ni­zio «Cara Maria», e sulla quale l'uf­fi­cia­le ad­det­to alla cen­su­ra aveva scrit­to: «Ti bramo tra­gi­ca­men­te. R. O. Shi­p­man, cap­pel­la­no, eser­ci­to degli Stati Uniti». Il co­lon­nel­lo fece un sor­ri­so di scher­no quan­do vide che il cap­pel­la­no ar­ros­si­va nel leg­ger­la. «Bene, cap­pel­la­no? Sai chi ha scrit­to que­sta let­te­ra?»
Il cap­pel­la­no in­du­giò a lungo prima di ri­spon­de­re; aveva ri­co­no­sciu­to la cal­li­gra­fia di Yos­sa­rian. «No.»
«Ma puoi leg­ge­re, non è vero?» in­si­stet­te il co­lon­nel­lo sar­ca­sti­ca­men­te. «L'au­to­re ha ap­po­sto la pro­pria firma.»
«C'è il mio nome in calce.»
«E al­lo­ra l'hai scrit­ta tu. C.V.D.»
«Ma non l'ho scrit­ta io. E que­sta non è la mia cal­li­gra­fia.»
«Quin­di anche al­lo­ra hai fir­ma­to il tuo nome colla cal­li­gra­fia di qual­cun altro,» ri­bat­té il co­lon­nel­lo con un'al­za­ta di spal­le. «Ecco tutto.»
«Oh, ma que­sto è ri­di­co­lo!» gridò il cap­pel­la­no, per­den­do im­prov­vi­sa­men­te la pa­zien­za. Saltò in piedi con una vam­pa­ta di furia, i pugni chiu­si. «Non ho nes­su­na in­ten­zio­ne di sop­por­ta­re que­sta com­me­dia più a lungo! Avete ca­pi­to? Do­di­ci uo­mi­ni sono ap­pe­na stati uc­ci­si, e io non ho tempo per que­ste stu­pi­de do­man­de. Non avete alcun I di­rit­to di te­ner­mi qui, e non lo sop­por­te­rò più a lungo.»
Senza dire una pa­ro­la, il co­lon­nel­lo diede uno spin­to­ne nel petto al cap­pel­la­no e lo fece ca­de­re di nuovo sulla sedia. D'im­prov­vi­so il cap­pel­la­no si sentì di nuovo de­bo­le, di nuovo molto im­pau­ri­to. Il mag­gio­re prese in mano il lungo ma­ni­cot­to di gomma e co­min­ciò a bat­ter­lo mi­nac­cio­sa­men­te sulla palma aper­ta di una mano. Il co­lon­nel­lo rac­col­se la sca­to­la di fiam­mi­fe­ri, ne prese uno e lo ap­pog­giò con­tro il pez­zet­to di carta ve­tra­ta, in at­te­sa del primo segno di sfida che ve­nis­se dal cap­pel­la­no. Que­sti era pal­li­do e quasi pa­ra­liz­za­to, in­ca­pa­ce di muo­ver­si. Dopo un po' fu in­ca­pa­ce di so­ste­ne­re più a lungo la luce ab­ba­glian­te della lam­pa­di­na e si volse da una parte; il ru­bi­net­to d'ac­qua sgoc­cio­lan­te era sem­pre più forte, e lo ir­ri­ta­va in modo quasi in­tol­le­ra­bi­le. De­si­de­rò che gli di­ces­se­ro al­me­no cosa vo­le­va­no ch'e­gli con­fes­sas­se. Ri­ma­se teso nel­l'at­te­sa men­tre il terzo uf­fi­cia­le, ob­be­den­do a un se­gna­le del co­lon­nel­lo, si av­vi­ci­nò len­ta­men­te e si se­det­te sul ta­vo­lo a pochi cen­ti­me­tri di di­stan­za dal cap­pel­la­no. Il suo viso non aveva espres­sio­ne, i suoi occhi erano fred­di e pe­ne­tran­ti.
«Spe­gni la luce,» disse con un cenno del capo al­l'in­die­tro, con una voce bassa e calma. «Dà molto fa­sti­dio.»
Il cap­pel­la­no gli of­fer­se un leg­ge­ro sor­ri­so di gra­ti­tu­di­ne. «Gra­zie, si­gno­re. E anche il ru­bi­net­to, per fa­vo­re.»
«La­scia stare il ru­bi­net­to,» disse l'uf­fi­cia­le. «Quel­lo non mi dà fa­sti­dio.» Tirò su un poco i pan­ta­lo­ni, per pre­ser­var­ne la piega im­pec­ca­bi­le. «Cap­pel­la­no,» chie­se ca­sual­men­te, «lei a che fede re­li­gio­sa ap­par­tie­ne?»
«Sono ana­bat­ti­sta, si­gno­re.»
«E' una re­li­gio­ne molto so­spet­ta, non è vero?»
«So­spet­ta?» chie­se il cap­pel­la­no con una spe­cie di in­no­cen­te stu­po­re. «Per­ché mai, si­gno­re?»
«Be', io non ne so nien­te degli ana­bat­ti­sti. Que­sto dovrà am­met­ter­lo. E non le sem­bra una cosa molto so­spet­ta?»
«Non so, si­gno­re,» ri­spo­se di­plo­ma­ti­ca­men­te il cap­pel­la­no, bal­bet­tan­do per la con­fu­sio­ne. La man­can­za di gradi sul col­let­to di quel­l'uf­fi­cia­le lo met­te­va a di­sa­gio. Non sa­pe­va se do­ve­va ve­ra­men­te dar­gli del «si­gno­re». Chi era co­stui in fondo? E che au­to­ri­tà aveva per in­ter­ro­gar­lo?
«Cap­pel­la­no, ai miei tempi io ho stu­dia­to la­ti­no. Credo che sia giu­sto che io lo av­ver­ta di ciò prima di porle la mia pros­si­ma do­man­da. La pa­ro­la ana­bat­ti­sta non si­gni­fi­ca sem­pli­ce­men­te che lei non è un bat­ti­sta?»
«Oh, no, si­gno­re. La cosa è molto più com­ples­sa.»
«Lei è un bat­ti­sta?»
«No, si­gno­re.»
«E al­lo­ra non è un bat­ti­sta, non è così?»
«Si­gno­re?»
«Non ca­pi­sco per­ché vuoi di­spu­ta­re con me su que­sto punto. Lo ha già am­mes­so anche lei. Ora, cap­pel­la­no, il dire che lei non è un bat­ti­sta non ci ri­ve­la nulla su quel­lo che lei è ve­ra­men­te, o mi sba­glio? Lei po­treb­be es­se­re una cosa o una per­so­na qual­sia­si.» Si chinò in avan­ti un poco e as­sun­se un'a­ria astu­ta e co­no­sci­tri­ce. «Lei po­treb­be per­fi­no es­se­re,» ag­giun­se, «Wa­shing­ton Ir­ving, non le pare?»
«Wa­shing­ton Ir­ving?» ri­pe­té sor­pre­so il cap­pel­la­no.
«An­dia­mo, Wa­shing­ton,» in­ter­ven­ne molto ir­ri­ta­to il co­lon­nel­lo. «Per­ché non ci spiat­tel­li tutto? Lo sap­pia­mo che sei stato tu a ru­ba­re quel po­mo­do­ro.»
Dopo un mo­men­to di shock, il cap­pel­la­no fece un sor­ri­so ner­vo­so di sol­lie­vo. «Ah, è tutto qui!» escla­mò. «Ora co­min­cio a ca­pi­re. Non ho ru­ba­to quel po­mo­do­ro, si­gno­re. Me lo ha dato il co­lon­nel­lo Ca­th­cart. Po­te­te chie­der­lo a lui, se non mi cre­de­te.»
Dal­l'al­tro lato della stan­za si aper­se una porta e il co­lon­nel­lo Ca­th­cart entrò, come se uscis­se da un ar­ma­dio a muro.
«Salve, co­lon­nel­lo. Co­lon­nel­lo, il cap­pel­la­no qui so­stie­ne che glie­lo ha dato lei il po­mo­do­ro. E' vero?»
«E per­ché mai do­vrei dar­gli un po­mo­do­ro?» ri­spo­se il co­lon­nel­lo Ca­th­cart.
«Gra­zie, co­lon­nel­lo. Que­sto è tutto.»
«Ma s'im­ma­gi­ni, co­lon­nel­lo,» ri­spo­se il co­lon­nel­lo Ca­th­cart, e uscì dalla can­ti­na, chiu­den­do la porta die­tro di sé.
«Bene, cap­pel­la­no. E ora co­s'hai da dirci?»
«Me lo ha dato lui!» disse il cap­pel­la­no, con un sus­sur­ro ch'e­ra al tempo stes­so fiero e fre­men­te. «Me lo ha dato lui!»
«Non vorrà ac­cu­sa­re un uf­fi­cia­le su­pe­rio­re d'es­se­re un bu­giar­do, ora, cap­pel­la­no?»
«Per­ché un uf­fi­cia­le su­pe­rio­re do­vreb­be darle un po­mo­do­ro, cap­pel­la­no?»
«E' per que­sto che hai cer­ca­to di li­be­rar­te­ne e darlo al ser­gen­te Whit­comb, cap­pel­la­no? Per­ché era un po­mo­do­ro ru­ba­to?»
«No, no, no,» pro­te­stò il cap­pel­la­no, chie­den­do­si den­tro di sé di­spe­ra­ta­men­te per­ché non erano ca­pa­ci di ca­pi­re. «L'ho of­fer­to al ser­gen­te Whit­comb per­ché non sa­pe­vo cosa far­me­ne.»
«Per­ché l'hai ru­ba­to al co­lon­nel­lo Ca­th­cart se non sa­pe­vi cosa far­te­ne?»
«Non l'ho ru­ba­to al co­lon­nel­lo Ca­th­cart!»
«E al­lo­ra per­ché sei così col­pe­vo­le, se non l'hai ru­ba­to?»
«Non sono col­pe­vo­le!»
«E al­lo­ra per­ché sa­rem­mo qui a in­ter­ro­gar­ti se non sei col­pe­vo­le?»
«Oh, non so,» ge­met­te il cap­pel­la­no, in­trec­cian­do­si le dita in grem­bo e crol­lan­do il capo chino e an­go­scia­to. «Non so.»
«Crede che noi ab­bia­mo tempo da per­de­re,» disse il mag­gio­re spa­zien­ti­to.
«Cap­pel­la­no,» ri­pre­se l'uf­fi­cia­le senza gradi con un ritmo più tran­quil­lo, estraen­do un fo­glio dat­ti­lo­scrit­to dalla car­tel­la aper­ta. «Qui c'è una di­chia­ra­zio­ne fir­ma­ta del co­lon­nel­lo Ca­th­cart in cui lei è ac­cu­sa­to di aver­gli ru­ba­to un po­mo­do­ro.» Posò il fo­glio a fac­cia in giù sul­l'al­tro lato della car­tel­la e prese un se­con­do fo­glio. «E qui c'è un "af­fi­da­vit" au­ten­ti­ca­to del ser­gen­te Whit­comb in cui egli as­se­ri­sce di aver ca­pi­to che il po­mo­do­ro era ru­ba­to dal modo con cui lei ha cer­ca­to di di­sfar­se­ne, re­ga­lan­do­glie­lo.»
«Giuro sul nome di Dio che non l'ho ru­ba­to, si­gno­re,» pro­te­stò il cap­pel­la­no an­go­scia­to, quasi sul punto di pian­ge­re. «Le do la mia sacra pa­ro­la che non era un po­mo­do­ro ru­ba­to.»
«Cap­pel­la­no, lei crede in Dio?»
«Si­gnor­sì. Certo che ci credo.»
«Que­sto è molto stra­no, cap­pel­la­no,» disse l'uf­fi­cia­le, estraen­do dalla car­tel­la un altro fo­glio gial­lo dat­ti­lo­scrit­to, «per­ché ho qui in mano un'al­tra di­chia­ra­zio­ne del co­lon­nel­lo Ca­th­cart in cui giura che lei ha ri­fiu­ta­to di coo­pe­ra­re con lui in un pro­get­to di far re­ci­ta­re delle pre­ghie­re agli uo­mi­ni prima di ogni mis­sio­ne.»
Dopo uno sguar­do vuoto in avan­ti, il cap­pel­la­no annuì più volte, ri­cor­dan­do­si di cosa si trat­ta­va. «Oh, ma que­sto non è vero, si­gno­re,» spie­gò ap­pas­sio­na­ta­men­te. «E' stato il co­lon­nel­lo Ca­th­cart in per­so­na a ri­nun­cia­re al­l'i­dea, dopo es­ser­si reso conto che i sol­da­ti sem­pli­ci pre­ga­no lo stes­so Dio degli uf­fi­cia­li.»
«Dopo es­ser­si reso conto "di che cosa"?» escla­mò l'uf­fi­cia­le, senza cre­der­ci.
«Che stu­pi­dag­gi­ni!» di­chia­rò il co­lon­nel­lo dal viso rosso, e si al­lon­ta­nò dal cap­pel­la­no, mo­stran­do­si of­fe­so e ir­ri­ta­to.
«Non si aspet­te­rà che noi si creda a cose del ge­ne­re?» gridò il mag­gio­re, con­fer­man­do la pro­pria sfi­du­cia.
L'uf­fi­cia­le senza gradi fece un sog­ghi­gno aci­du­lo. «Cap­pel­la­no, non sta esa­ge­ran­do un poco?» gli do­man­dò, e gli sor­ri­se in modo che era al tempo stes­so com­pren­si­vo e osti­le.
«Ma si­gno­re, que­sta è la ve­ri­tà, si­gno­re! Giuro che è la ve­ri­tà.»
«Non vedo che im­por­tan­za abbia se sia vero o no,» l'uf­fi­cia­le ri­spo­se con non­cu­ran­za e si girò su se stes­so per pren­de­re un altro fo­glio dalla car­tel­la aper­ta e piena di carte. «Cap­pel­la­no, ha detto che lei crede in Dio, quan­do glie­l'ho chie­sto? Non ri­cor­do bene.»
«Si­gnor­sì. Ho detto così. Io credo in Dio.»
«E al­lo­ra è molto stra­no, cap­pel­la­no, per­ché qui c'è un altro "af­fi­da­vit" del co­lon­nel­lo Ca­th­cart in cui si di­chia­ra che lei una volta ha detto che l'a­tei­smo non è con­tro la legge. Si ri­cor­da di aver mai detto una cosa del ge­ne­re a qual­cu­no?»
Il cap­pel­la­no annuì senza esi­ta­zio­ne, sen­ten­do­si su un ter­re­no molto so­li­do. «Si­gnor­sì, io ho fatto quel­la di­chia­ra­zio­ne. L'ho fatta per­ché è vero. L'a­tei­smo non è con­tro la legge.»
«Ma que­sta non è una buona ra­gio­ne per dirlo, cap­pel­la­no, non le pare?» lo rim­pro­ve­rò aspra­men­te l'uf­fi­cia­le, ag­grot­tan­do la fron­te, e prese un altro fo­glio dat­ti­lo­scrit­to e au­ten­ti­ca­to dalla car­tel­la. «E qui c'è un'al­tra di­chia­ra­zio­ne giu­ra­ta del ser­gen­te Whit­comb che dice che lei si è op­po­sto al suo pro­get­to di man­da­re let­te­re di con­do­glian­ze fir­ma­te dal co­lon­nel­lo Ca­th­cart ai pa­ren­ti più pros­si­mi degli uo­mi­ni uc­ci­si o fe­ri­ti in com­bat­ti­men­to. E' vero, que­sto?»
«Si­gnor­sì, mi sono op­po­sto,» ri­spo­se il cap­pel­la­no. «E sono fiero di aver­lo fatto. Quel­le let­te­re non sono né one­ste né sin­ce­re. Il loro solo scopo è di dare pre­sti­gio al co­lon­nel­lo Ca­th­cart.»
«Ma que­sto che dif­fe­ren­za fa?» ri­spo­se l'uf­fi­cia­le. «Esse por­ta­no ugual­men­te sol­lie­vo e con­for­to alle fa­mi­glie che le ri­ce­vo­no, non le pare? Cap­pel­la­no, io non posso pro­prio ca­pi­re il suo modo di pen­sa­re.»
Il cap­pel­la­no ri­ma­se im­ba­raz­za­to e del tutto in­ca­pa­ce di ri­spon­de­re. Chinò il capo, sen­ten­do­si in­ge­nuo e muto.
Il gros­so co­lon­nel­lo dal viso rosso gli si av­vi­ci­nò svel­ta­men­te, preso da un'i­dea im­prov­vi­sa. «Per­ché non gli spac­chia­mo quel­la testa ma­le­det­ta?» sug­ge­rì agli altri con vi­go­ro­so en­tu­sia­smo.
«Sì, po­trem­mo anche spac­car­gli quel­la testa ma­le­det­ta,» il mag­gio­re dal naso aqui­li­no fu d'ac­cor­do. «In fondo è sol­tan­to un ana­bat­ti­sta.»
«No, prima dob­bia­mo de­ci­de­re se è col­pe­vo­le,» av­ver­tì l'uf­fi­cia­le senza gradi con un lan­gui­do gesto per trat­te­ner­li. Si la­sciò sci­vo­la­re leg­ger­men­te dal ta­vo­lo e gli girò in­tor­no, met­ten­do­si di fron­te al cap­pel­la­no con tut­t'e due le mani ap­pog­gia­te sul piano di legno, a palme in giù. La sua espres­sio­ne era cupa e molto se­ve­ra, di­ret­ta e mi­nac­cio­sa. «Cap­pel­la­no,» an­nun­ciò con la ri­gi­di­tà di un ma­gi­stra­to, «l'ac­cu­sia­mo for­mal­men­te di es­se­re Wa­shing­ton Ir­ving e di es­ser­si preso li­ber­tà ca­pric­cio­se e non au­to­riz­za­te nello svol­ge­re l'in­ca­ri­co di cen­su­ra­re le let­te­re degli uf­fi­cia­li e dei sol­da­ti sem­pli­ci. E' col­pe­vo­le o in­no­cen­te?»
«In­no­cen­te, si­gno­re.» Il cap­pel­la­no si passò la lin­gua secca sulle lab­bra sec­che e si piegò in avan­ti, se­den­do sul­l'or­lo della sedia.
«Col­pe­vo­le,» disse il co­lon­nel­lo.
«Col­pe­vo­le,» disse il mag­gio­re.
«E al­lo­ra è col­pe­vo­le,» os­ser­vò l'uf­fi­cia­le senza gradi, e scris­se una pa­ro­la su una pa­gi­na che era nella car­tel­la. «Cap­pel­la­no,» con­ti­nuò, guar­dan­do­lo negli occhi, «l'ac­cu­sia­mo inol­tre di avere com­mes­so reati e in­fra­zio­ni di cui non siamo an­co­ra a co­no­scen­za. Col­pe­vo­le o in­no­cen­te?»
«Non so, si­gno­re. Come posso dirlo, se lei non mi spie­ga di che reati si trat­ta?»
«Come pos­sia­mo spie­gar­glie­lo se non lo sap­pia­mo an­co­ra?»
«Col­pe­vo­le,» de­ci­se il co­lon­nel­lo.
«Certo che è col­pe­vo­le,» fu d'ac­cor­do il mag­gio­re. «Se sono i suoi reati e le sue in­fra­zio­ni, deve es­se­re stato lui a com­met­ter­li.»
«E al­lo­ra col­pe­vo­le,» pro­cla­mò l'uf­fi­cia­le senza gradi, e si ri­ti­rò in un an­go­lo della stan­za. «Ades­so è tutto per lei, co­lon­nel­lo.»
«Gra­zie,» lo en­co­miò il co­lon­nel­lo. «Ha fatto un la­vo­ro ma­gni­fi­co.» Si ri­vol­se al cap­pel­la­no. «Okay, cap­pel­la­no, siamo allo scot­to. Va' a fare un gi­ret­to.»
Il cap­pel­la­no non capì. «Cosa vo­le­te che fac­cia?»
«Via, bat­ti­te­la, t'ho detto!» ruggì il co­lon­nel­lo, agi­tan­do il pol­li­ce die­tro le spal­le, molto ir­ri­ta­to. «Fuori di qui, al dia­vo­lo!»
Il cap­pel­la­no ri­ma­se sba­lor­di­to per quel­le pa­ro­le e quel tono bel­li­co­so, e, con sua sor­pre­sa e per­ples­si­tà, si sentì pro­fon­da­men­te con­tra­ria­to per­ché lo la­scia­va­no an­da­re. «Non avete in­ten­zio­ne di pu­nir­mi?» do­man­dò in un tono di que­ru­la sor­pre­sa.
«Non aver dub­bio, mio caro, che ti pu­ni­re­mo. Ma non ti la­sce­re­mo stare qui in giro men­tre de­ci­dia­mo come e quan­do farlo. Per­ciò vat­te­ne. Gambe in spal­la.»
Il cap­pel­la­no si alzò in­cer­to e fece qual­che passo. «Sono li­be­ro di an­da­re?»
«Per ades­so sì. Ma non cer­ca­re di la­scia­re l'i­so­la. Ab­bia­mo il tuo nu­me­ro, cap­pel­la­no. E ri­cor­da­ti che ti te­nia­mo d'oc­chio ven­ti­quat­tro ore su ven­ti­quat­tro.»
Non era con­ce­pi­bi­le che lo la­scias­se­ro an­da­re. Il cap­pel­la­no si di­res­se guar­din­go verso la porta, aspet­tan­do­si a ogni istan­te che lo ri­chia­mas­se­ro con un or­di­ne pe­ren­to­rio o lo bloc­cas­se­ro con un colpo pe­san­te sulle spal­le o sul capo. Non fe­ce­ro nulla per fer­mar­lo. At­tra­ver­sò i cor­ri­doi fo­schi, umidi, fra­di­ci e riu­scì a tro­va­re la rampa di scale. Era an­si­man­te e bar­col­la­va quan­do uscì fi­nal­men­te al­l'a­ria fre­sca. Non ap­pe­na uscì da quel­l'in­cu­bo, un sen­ti­men­to in­vin­ci­bi­le di di­gni­tà of­fe­sa gli riem­pì l'a­ni­mo. Era in­fu­ria­to, in­fu­ria­to per le atro­ci­tà com­mes­se con­tro di lui, in­fu­ria­to come non lo era mai stato in vita sua. At­tra­ver­sò a passi ra­pi­di l'a­trio spa­zio­so e pieno di echi del­l'e­di­fi­cio del Quar­tier Ge­ne­ra­le di grup­po, in preda a un ri­sen­ti­men­to bru­cian­te e a un forte de­si­de­rio di ven­det­ta. Non avreb­be tol­le­ra­to oltre una cosa del ge­ne­re, disse a se stes­so, non lo avreb­be più tol­le­ra­to. Ecco tutto. Quan­do rag­giun­se l'en­tra­ta, scor­se, e fu fe­li­ce della com­bi­na­zio­ne, il co­lon­nel­lo Korn che sa­li­va trot­te­rel­lan­do, da solo l'am­pia sca­li­na­ta. Ar­ma­to­si di co­rag­gio ed emet­ten­do un lungo so­spi­ro, il cap­pel­la­no si avan­zò in­tre­pi­da­men­te per in­con­trar­lo.
«Co­lon­nel­lo, non ho nes­su­na in­ten­zio­ne di tol­le­rar­lo ul­te­rior­men­te,» di­chia­rò con vee­men­te de­ter­mi­na­zio­ne, e ri­ma­se co­ster­na­to a guar­da­re il co­lon­nel­lo Korn che con­ti­nua­va a sa­li­re le scale senza aver­lo nep­pu­re no­ta­to. «Co­lon­nel­lo Korn!»
La fi­gu­ra ro­ton­da e al­lof­fia­ta del suo uf­fi­cia­le su­pe­rio­re si fermò, si girò in­die­tro e tornò giù trot­te­rel­lan­do. «Cosa c'è, cap­pel­la­no?»
«Co­lon­nel­lo Korn, de­si­de­ro par­lar­le a pro­po­si­to del­l'in­ci­den­te di sta­ma­ne. E' stata una cosa ter­ri­bi­le, ve­ra­men­te ter­ri­bi­le!»
Il co­lon­nel­lo Korn ri­ma­se si­len­zio­so per un mo­men­to, os­ser­van­do il cap­pel­la­no con un breve lampo di ci­ni­co di­ver­ti­men­to. «Sì, cap­pel­la­no, è stato cer­ta­men­te ter­ri­bi­le,» disse fi­nal­men­te. «Non so come pos­sia­mo farne rap­por­to al co­man­do senza farci una brut­ta fi­gu­ra.»
«Non è que­sto che vo­glio dire,» rim­pro­ve­rò il cap­pel­la­no fer­ma­men­te, senza una trac­cia di paura. «Al­cu­ni di quei do­di­ci ra­gaz­zi ave­va­no già fi­ni­to le loro set­tan­ta mis­sio­ni.»
Il co­lon­nel­lo Korn rise. «Sa­reb­be stato meno ter­ri­bi­le se fos­se­ro stati dei ra­gaz­zi ap­pe­na ar­ri­va­ti?» do­man­dò ma­li­zio­sa­men­te.
Una volta an­co­ra il cap­pel­la­no si sentì im­ba­raz­za­to. Una lo­gi­ca im­mo­ra­le sem­bra­va stes­se lì pron­ta per con­fon­der­gli le idee a ogni oc­ca­sio­ne. Quan­do ri­pre­se a par­la­re, era già meno si­cu­ro di sé, e la voce gli tre­ma­va. «Si­gno­re, non è af­fat­to giu­sto co­strin­ge­re gli uo­mi­ni di que­sto grup­po a com­pie­re ot­tan­ta mis­sio­ni di volo quan­do quel­li degli altri grup­pi ven­go­no man­da­ti a casa dopo aver­ne fatte cin­quan­ta o cin­quan­ta­cin­que. «
«Pren­de­re­mo la sua os­ser­va­zio­ne in con­si­de­ra­zio­ne,» disse il co­lon­nel­lo Korn con an­no­ia­to di­sin­te­res­se, e co­min­ciò a sa­li­re di nuovo. «"Adios, Padre".»
«Que­sto cosa si­gni­fi­ca, si­gno­re?» in­si­stet­te il cap­pel­la­no con una voce che si fa­ce­va sem­pre più acuta.
Il co­lon­nel­lo Korn si fermò con un'e­spres­sio­ne di­spia­ciu­ta e tornò giù d'uno sca­li­no. «Si­gni­fi­ca che ci pen­se­re­mo su, "Padre",» ri­spo­se con sar­ca­smo e di­sprez­zo. «Non vorrà che pren­dia­mo delle ini­zia­ti­ve senza pen­sar­ci su, non le pare?»
«No, si­gno­re, credo di no. Ma lei ci ha pen­sa­to su ve­ra­men­te, non è vero?»
«Sì, "Padre", ci ab­bia­mo pen­sa­to. Ma per farla fe­li­ce, ci pen­se­re­mo su an­co­ra un po', e lei sarà la prima per­so­na che in­for­me­re­mo quan­do pren­de­re­mo una de­ci­sio­ne. E ora, "adios".» Il co­lon­nel­lo Korn si girò nuo­va­men­te sui tac­chi e si avviò di corsa per le scale.
«Co­lon­nel­lo Korn!» Il grido del cap­pel­la­no fermò di nuovo il co­lon­nel­lo Korn. Il suo capo si girò len­ta­men­te verso il cap­pel­la­no con un'e­spres­sio­ne di cupa im­pa­zien­za. Le pa­ro­le sgor­ga­ro­no dalla bocca del cap­pel­la­no come un ner­vo­so tor­ren­te. «Si­gno­re, vor­rei che lei mi per­met­tes­se di par­la­re della fac­cen­da con il ge­ne­ra­le Dreed­le. De­si­de­ro pre­sen­ta­re le mie ri­mo­stran­ze al Quar­tier Ge­ne­ra­le della com­pa­gnia.»
Le guan­ce spes­se e scure del co­lon­nel­lo Korn si gon­fia­ro­no ina­spet­ta­ta­men­te, sop­pri­men­do uno sbuf­fo, e tardò un mo­men­to a ri­spon­de­re. «Fac­cia pure, "Padre",» ri­spo­se con al­le­gria ma­li­zio­sa, sfor­zan­do­si di mo­strar­si im­pas­si­bi­le in viso. «Ha il mio per­mes­so di par­la­re col ge­ne­ra­le Dreed­le.»
«Gra­zie, si­gno­re. Credo sia bene che le ri­cor­di che ho qual­che in­fluen­za sul ge­ne­ra­le Dreed­le.»
«Ha fatto bene ad av­ver­tir­mi, "Padre". E credo sia bene che la av­ver­ta a mia volta che non tro­ve­rà il ge­ne­ra­le Dreed­le al Quar­tier Ge­ne­ra­le della com­pa­gnia.» Il co­lon­nel­lo Korn sog­ghi­gnò ma­li­gna­men­te e poi scop­piò a ri­de­re trion­fan­te. «Il ge­ne­ra­le Dreed­le è stato estro­mes­so, "Padre". E il ge­ne­ra­le Pec­kem in­tro­mes­so. Ab­bia­mo un nuovo co­man­dan­te di com­pa­gnia.»
Il cap­pel­la­no era sba­lor­di­to. «Il ge­ne­ra­le Pec­kem!»
«Pro­prio così, cap­pel­la­no. Ha qual­che in­fluen­za su di lui?»
«Per­din­ci, non co­no­sco nem­me­no il ge­ne­ra­le Pec­kem,» pro­te­stò il cap­pel­la­no di­spe­ra­to.
Il co­lon­nel­lo Korn rise di nuovo. «E' pro­prio un pec­ca­to, cap­pel­la­no, per­ché il co­lon­nel­lo Ca­th­cart lo co­no­sce molto bene.» Il co­lon­nel­lo Korn ri­dac­chiò a lungo as­sa­po­ran­do il de­li­zio­so trion­fo, poi si fermò di colpo. «Tra l'al­tro, "Padre",» lo mi­nac­ciò fred­da­men­te, pun­tan­do un dito con­tro il petto del cap­pel­la­no, «sap­pia­mo tutti del truc­co com­bi­na­to da lei e dal dot­tor Stubbs. Lo sap­pia­mo fin trop­po bene che è stato lui a man­dar­la qui a pro­te­sta­re.»
«Il dot­tor Stubbs?» il cap­pel­la­no scos­se il capo in al­li­bi­ta pro­te­sta. «Io non ho visto il dot­tor Stubbs, co­lon­nel­lo. Sono stato por­ta­to qui da tre stra­ni uf­fi­cia­li che m'han­no tra­sci­na­to giù in can­ti­na senza nes­su­na au­to­riz­za­zio­ne e mi hanno in­sul­ta­to.»
Il co­lon­nel­lo puntò di nuovo un dito nel petto del cap­pel­la­no. «Lei sa fin trop­po bene che il dot­tor Stubbs ha messo in giro la voce fra gli uo­mi­ni della squa­dri­glia che non sono te­nu­ti a com­pie­re più di set­tan­ta mis­sio­ni di volo.» Rise aspra­men­te. «Eb­be­ne, "Padre", essi do­vran­no com­pie­re più di set­tan­ta mis­sio­ni di volo, poi­ché stia­mo tra­sfe­ren­do il dot­tor Stubbs nel Pa­ci­fi­co. Così "adios, Padre. Adios".»

giovedì 16 maggio 2013

Il portatore sano di normalità

Il portatore sano di normalità vive in mezzo a noi, e non avrai grossi problemi a riconoscerlo. Egli vive come un re nella sua reggia, circondato dalle sue donne e dai suoi figli. Novello eroe d'indomita stirpe, il normo sapiens si occupa di procacciare il cibo alla sua familia, di proteggerla dalle aggressioni esterne e dai contatti inopportuni. La sua donna è dedita alla celebrazione della sua grandezza nelle sue umili occupazioni femminili, nel curare la casa e ammaestrare i figli e il cane. Quando egli torna dal lavoro, gli porge il pasto caldo e il pigiama ben stirato; non si azzarda a disturbarne il sacro riposo così come le veglie, allorché si dedica anima e corpo alle sue sempre degne occupazioni. I figli splendono della sua luce riflessa, ne calcheranno le orme e, un giorno, forse, potranno dirsi pari a lui. Fino a quell'ora saranno comunque celebri nel camminare nella sua ombra, nel seguirne usi e costumi, indiscutibili perché vengono da così alta fonte.

Il normo sapiens è portatore di cultura, unica, indiscutibile. I suoi discepoli non necessitano di conoscere voce che non sia la sua, perché la sua è già la più alta, la più forte, la più giusta. Di fronte alla critica ghigna con dispetto, di fronte alla discussione risponde con il sarcasmo e il vilipendio; non necessita di argomentazione, la verità non si declina, non si prova, non si sperimenta; si accetta. Il normo sapiens è comunemente terrorizzato da qualsiasi cosa possa mettere in crisi le sue certezze, fino ad arrivare a negare l'esistenza. Il normo sapiens rifiuta categoricamente ogni sforzo che possa incrinare i punti saldi della sua vita, l'idea che possa esistere qualcosa oltre il suo orizzonte. Ciò che non conosce, semplicemente, o non esiste, o è sbagliato. Quindi non vale la pena dello sforzo di comprenderlo o conoscerlo.

Il normo sapiens è quello che ai suoi tempi era tutto meglio. Le porte erano sempre aperte, gli zingari e i neri erano lontani, i disabili erano handicappati da tenere nascosti e i ragazzi down erano mongoloidi, non scherziamo. I ragazzi non avevano i computer, non avevano i tablet, non avevano i giochi, non leggevano cose strane, non bevevano, non fumavano, non si informavano e non contestavano. Insomma, non si prendevano il lusso di ragionare. Di fronte a chi gli fa notare che i ragazzi di oggi hanno letto molto più di lui alla loro età, sibila, balbetta e cambia strada.

Le ragazze ai suoi tempi non la davano via, i ragazzi non erano debosciati e, per cortesia, gli omosessuali non erano omosessuali, erano froci. Il normo sapiens è quello che le donne sono tutte puttane, ma se lui è andato con quante più ha potuto quand'era già sposato, stava cercando quello che la moglie non poteva più dargli. Per il normo sapiens le cose si chiamavano con il loro nome, e il razzismo non esisteva perché esistevano una sola razza, un solo sesso, una sola specie, le sue.

La famiglia del normo sapiens è una, Santa, cattolica e apostolica. Tutto il resto non è pensabile, o se è pensabile comunque non è lecito, o se è lecito comunque non esiste, o se esiste comunque non è provato. Lo scarto dalla sua norma è degenerazione, perversione, peccato mortale prima ancora di ogni possibile assoluzione, o, peggio, prima ancora di ogni possibile ragionamento.

Il normo sapiens paga sempre troppe tasse, anche quando non le paga. Il normo sapiens è ligio al dovere anche quando non fa un cazzo. Il normo sapiens è riformista anche quando spala merda sui terroni e su quelle merde umane dei clandestini. Il normo sapiens è un rivoluzionario, ma 'sti cazzi che sciopera. Il normo sapiens è un filantropo, ma difende i suoi interessi, mica quelli del debole.

Il normo sapiens purtroppo si aggira ancora tra di noi: ha la faccia pulita dell'uomo perbene, della buona famiglia, dei valori della tradizione, delle cose sane di una volta, dell'istruzione che funzionava. Ciò che è diverso non lo riguarda, lo annoia, lo disgusta.

Generazione Web, la webzine degli alunni

Generazione Webzine

Ecco il link alla webzine dei miei alunni, una delle soddisfazioni di quest'anno scolastico.

mercoledì 15 maggio 2013

Berlusconi, Tortora e l'analogia


analogia,
s. f. ‘somiglianza’ (1558, A. Caro),
analogico,
agg. ‘che riguarda l'analogia’ (1550, B. Segni, L'ethica d'Aristotile, Firenze, p. 404).

 Vc. dotta, lat. analogu(m), analogia(m) – che “si diffuse in epoca medievale attraverso la filosofia scolastica” (LEI II 1048) – analogicu(m) dal gr. análogos ‘proporzionato, che è in rapporto con’ (da lógos ‘proporzione, corrispondenza’), coi der. analogía, analogikós: EGSR Alpha 493.

(Dizionario etimologico Zanichelli)

analogia
[vc. dotta, lat. analogia(m), dal gr. analogía ‘proporzione’. V. analogo; 1363]
s. f.
1 Relazione di affinità e somiglianza tra due o più cose: analogia di gusti; le lingue neolatine presentano fra loro numerose analogie; l'analogia fra le due opere è evidente.
2 (ling.) Influenza assimilatrice che una forma esercita su un'altra | Nella grammatica antica, principio di regolarità nella flessione e nella formazione delle parole; CONTR. Anomalia.
3 (filos.) In logica, tipo di argomentazione in base alla quale dalla somiglianza di due o più cose per uno o più aspetti si inferisce la loro somiglianza anche per altri aspetti.
4 (fis.) Corrispondenza che esiste fra due fenomeni fisici di natura diversa quando le grandezze relative all'uno e le grandezze relative all'altro sono legate da equazioni identiche; permette di studiare fenomeni complessi su modelli costituiti da fenomeni più semplici.
5 (biol.) Relazione esistente tra parti anatomiche di categorie tassonomiche diverse che svolgono la stessa funzione ma differiscono per il piano organizzativo complessivo e le modalità di sviluppo (per es. ali di uccelli e di insetti).

(Dizionario Zingarelli Zanichelli)

Ecco, stando alle definizioni lette sopra, quando Berlusconi dice di non essersi paragonato ad Enzo Tortora, mente. Perché, vedete, Silvio Berlusconi è un uomo di fine cultura, molto abile nel manipolare la parola. Così, quando dice di non essersi paragonato ad Enzo Tortora, dice il vero, se intendiamo che il suo paragone non è stato attuato tramite il più comune strumento per realizzarne uno, ovvero la similitudine.

similitudine
[dal lat. similitudine(m), da similis ‘simile’; 1261 ca.]
s. f.
1 (raro, lett.) Somiglianza, conformità: a similitudine di; Le biade… dal principio hanno quasi una similitudine ne l'erba (DANTE).
2 (ling.) Figura retorica che consiste nel paragonare tra loro concetti, immagini o cose, sulla base della somiglianza di alcuni caratteri comuni; ad es. in: La memoria, / amica come l'edera alle tombe (SABA).
3 (mat.) Affinità tale che il rapporto di segmenti corrispondenti sia costante.

(Dizionario Zingarelli Zanichelli)

Infatti il nostro buon ex presidente ha fatto qualcosa di diverso, più colto e, nel suo caso, più subdolo, ovvero si è paragonato a Tortora non con un paragone espresso ma con una analogia. Il paragone così non è svelato, sta nei fatti. Per Silvio Berlusconi lui sarebbe un novello Enzo Tortora, in un certo senso, per usare categorie care agli studiosi di Dante, Tortora e il suo caso giudiziario sarebbero stati figura di Berlusconi.
È questo uso della parola, questo riuso delle informazioni a suo piacimento (ricordiamo ancora la sua prefazione al Principe di Machiavelli), questo potere quasi illimitato nel manipolare le informazioni, è tutto ciò assieme che ci deve spingere a diffidare di Silvio Berlusconi, delle sue verità che sono sempre altre rispetto all'evidenza; in lui si incarna la peggior incertezza postmoderna, il poter sempre sostenere il fraintendimento delle sue tesi e dei suoi atti, sempre a suo vantaggio. Per tutto questo il nostro paese deve finalmente inmapare a fare a meno di Silvio Berlusconi

domenica 12 maggio 2013

Il Sole24ore, Casati e lo pseudo umanesimo conservatore e alogico

Leggo oggi sul Sole24ore un interessante articolo di Roberto Casati sui pregi e le funzioni della digitalizzazione, in particolare sulla digitalizzazione nella scuola pubblica. L'assunto dell'articolo sarebbe che la semplice possibilità della digitalizzazione non sarebbe motivo valido per attuarla, senza quanto meno dei dati oggettivi che ne vadano a corroborare l'efficacia. Assunto di per sé convincente, se non fosse, ad un'attenta analisi, alogico. Come avere dati oggettivi senza una sperimentazione? Come avrebbe potuto Colombo provare (o tentare di provare) la sfericità della terra senza il suo viaggio? Sarebbe stata la mera teoria il dato oggettivo valido oppure, come sosterrebbe l'assunto dell'articolo, non sarebbe stato in sé sufficiente per sperimentare?

Ma tralasciando la debolezza dell'assunto iniziale, andiamo nello specifico a leggere le parole tendenziose e fuorvianti sulla scuola pubblica.

Non basta quindi lavorare caso per caso, ma su ogni caso si devono soppesare questi molti e diversi argomenti. Prendiamo, tanto per fare un esempio, la scuola, e mettiamo da parte il «si può, quindi devi». Quali ragioni ci sono per introdurre le nuove tecnologie nella scuola? Non certo e non più il bisogno di colmare il digital divide: i ragazzi hanno più tecnologia a casa di quanta la scuola possa mai averne. Ma quale ragione, allora? La ridda riparte: «Ci sono delle attività educative incredibili che puoi fare con il computer; i ragazzi d'oggi sono così e bisogna adattarsi alla loro forma mentis; dobbiamo dare un accesso totale all'informazione totale; ha funzionato benissimo nel settore bancario, perché non deve funzionare nella scuola?». Ma sono argomenti ideologici. Bisognerebbe chiedere se esistono dei dati per giustificare gli investimenti in tecnologia. Per esempio dei dati sul rendimento scolastico. Certamente questi dati non c'erano (per definizione!) nel momento in cui le tecnologie sono state introdotte: la loro introduzione era un esperimento alla cieca, che la dice lunga sulla qualità delle decisioni pubbliche.

Uno studio recente di Marco Gui del l'Università di Milano Bicocca fa il punto su un esempio tra i tanti, il rapporto tra la frequenza d'uso dei media digitali e i livelli di apprendimento, andando a scavare nei dati del sesto volume del rapporto Pisa Ocse 2011, che coprono una popolazione di 450mila studenti quindicenni da 65 Paesi. L'analisi di Gui è quantomai interessante: le nuove tecnologie si associano positivamente all'apprendimento fintantoché se ne fa un uso modico. Non appena le tecnologie diventano invasive e colonizzano il tempo, il rendimento scende, a livelli inferiori a quelli che si hanno senza tecnologie. Vale la pena di fare un'osservazione metodologica: si tratta di associazioni e non di rapporti direttamente causali, per il momento, dato che l'identificazione di questi ultimi necessiterebbe di studi sperimentali. Tuttavia è più che abbastanza per farci venire il sospetto (il rapporto Pisa vede gli stessi dati, ma è più elusivo sulle conclusioni). Gli unici vantaggi (minimi) si hanno per quella che il rapporto Pisa chiama subdolamente «lettura digitale», un altro dei termini dalla semantica dubbia che fanno la gioia dei colonialisti, e che io renderei piuttosto con «spippolamento». A guardare da vicino, la «lettura digitale» è l'abilità di andare in giro per ipertesti, fare copia e incolla, cliccare per dire «mi piace» e cose simili. Ci sarebbe da stupirsi se almeno queste "competenze" non migliorassero almeno un po' con un uso accanito del computer, e comunque a usarlo troppo anche queste regrediscono! Ma il punto principale è che le altre competenze, ben più serie: lettura, matematica e scienze, ne soffrono.

Partiamo dalla prima stupidaggine: la scuola non avrebbe il dovere di colmare il digital divide perché i ragazzi sarebbero circondati dalla tecnologia. Stupidaggine perché il semplice essere circondati non indica anche la competenza nell'uso critico degli strumenti. Esempio ne sono tanti anni di uso acritico della televisione, il turpiloquio e il cattivo uso delle fonti in rete, la cronica incapacità italiana anche solo di scrivere correttamente e-mail o documenti di testo, a partire da quegli insegnanti che dovrebbero assumersi la responsabilità di insegnare e la svicolano con le scuse più banali pur di non mettersi in gioco o di non ammettere le proprie lacune. Viene poi confuso cosa si intende con digital divide, ovvero la differenza di diffusione delle tecnologie tra le diverse aree del paese e a seconda dei ceti sociali, e qui evidentemente il giornalista ignora che il 40% degli Italiani è ancora sprovvisto di una connessione internet veloce.

Per quanto riguarda i dati che il giornalista definisce ideologici, è proprio la sua di visione che nasce da un'ideologia pseudo-umanista e chiusa di fronte alla sperimentazione. Come provare che certe attività didattiche non presentino giovamenti per l'apprendimento senza la sperimentazione? Come fa il giornalista a provare che le nuove tecnologie non permettano di cogliere l'attenzione di quegli alunni che per decenni abbiamo ignorato, tra l'altro citando un solo testo a fronte delle centinaia, si guardi la semplice bibliografia della Pearson a riguardo, che dicono il contrario?

I dati OCSE PISA possono essere letti in molte maniere, tanto che lo stesso giornalista premette che si tratta di dati ancora poco esaustivi e suscettibili di ulteriori approfondimenti. Del resto, come già viene detto, entro certi limiti è provato un miglioramento dell'apprendimento. Dato che viene però opportunamente ignorato per citare solo l'eccesso di esposizione ai media. Ma se è questo il modello di ragionamento, allora possiamo anche dire che un qualsiasi eccesso nell'istruzione si è mostrato negli anni controproducente: troppe ore a scuola eseguendo le stesse attività, troppi compiti per casa o, viceversa, un'eccessiva riduzione dell'orario scolastico, la sua frammentazione in troppe attività, la negazione del lavoro domestico.

Studi americani condotti sugli iscritti ai college hanno dimostrato che non c'è legame tra l'esposizione alla rete, i livelli di concentrazione raggiunti e mantenuti, e i risultati ottenuti. Il modificarsi dei modelli cognitivi fra gli studenti dei college non porta sostanziali cambiamenti nei risultati, né positivi, né negativi. Quello che cambia è il linguaggio che viene adoperato, il linguaggio che, voglia o non voglia il giornalista, viene comunemente adoperato dai ragazzi nel loro rapportarsi con la rete.

Senza considerare che l'educazione ai media presenta vantaggi nell'istruzione per coloro che la scuola italiana volutamente dimentica, ovvero i disabili, gli alunni con disturbi dell'apprendimento, gli alunni con problematiche sociali. Il sospetto è che l'autore parli di una scuola d'élite, per coloro che i media già li sanno usare e devono allora raggiungere l'eccellenza altrove. Peccato che la scuola debba insegnare anche a coloro che, privi di qualsiasi formazione critica, sono le vittime più facili per i tranelli della rete: non basterà ignorare il problema per risolverlo. Così audiolibri, lavagne interattive, slides, ricostruzioni in tre dimensioni, mappe concettuali, testi interattivi e multimediali, ipertesti, linee del tempo, tutti questi strumenti possono facilitare il raggiungimento di livelli di apprendimento più alti per coloro i quali non riusciamo a raggiungere con la semplice lezione frontale e la lettura del libro cartaceo, strumenti utilissimi e da integrare con le nuove tecnologie, ma che, ne abbiamo ogni giorno testimonianza, hanno reso la scuola italiana semplicemente lo strumento per mantenere i ricchi e i colti sempre più ricchi e sempre più colti, i poveri e gli ignoranti sempre più poveri e sempre più ignoranti.

Concludiamo sulla nebulosa, per il giornalista, definizione di lettura digitale. L'articolo la sminuisce semplicemente ad un "mi piace" su un social network. Certo una maniera efficace per nascondere una visione, questa sì ideologica ed elitaria, di chi non si macchia e non si sporca nel confronto pubblico di un'arena virtuale come possono essere i social network, di chi pensa che una lettura che intreccia testi, delinea inferenze, insomma propone un tracciato critico e di confronto come un pericolo, di chi pensa ad una società e ad una cultura orizzontale anziché verticale come un rischio per le gerarchie costituite, una cultura costruita dal basso anziché imposta dall'alto come una pericolosa utopia. Insomma, una visione che nasce da una ideologia ben precisa, conservatrice e mascherata dal perbenismo. Un formidabile strumento per chi non vuole cambiare le cose, non sente il bisogno di mostrare i limiti della propria cultura per superarli, di chi insomma con questa Italia senza una scala mobile sociale ci è andato, ci va e ci andrà a nozze.

 

sabato 11 maggio 2013

Mr. Gwyn, Alessandro Baricco

Mr. Gwyn è uno scrittore, uno bravo; ecco, questo scrittore ad un certo punto non ha più nulla da dire, così, con ma trovata ad effetto, pubblica sul Guardian un elenco delle cose che non ha più intenzione di fare. Tra queste, appunto, c'è lo scrivere.
Queste le premesse di questo romanzo, e della ricerca di Mr. Gwyn di un nuovo senso per il suo vivere artistico e per il suo bisogno di adoperare la parola come uno strumento, come un pennello.
Un romanzo autobiografico, almeno in apparenza, e metanarrativo, almeno in apparenza, in cui Baricco sembra parlare di sé, della sua conclamata crisi autoriale e di un bisogno di reinventarsi.
Peccato che il tutto sia condito dalla inossidabile presunzione di Baricco, sempre più abituato a considerarsi vate dei nostri tempi. Il romanzo che ne esce fuori è inutilmente verboso, condito di riflessioni banali e sviluppate a malapena, narrativamente debole; la prima metà del romanzo si trascina stancamente senza alcun perché, con un espediente narrativo, quello della donna con il foulard, indispensabile per condurre la trama ad un porto sicuro, visto che la trama stessa si è dispersa in rigagnoli mai sbocciati davvero. Un prendere in giro il lettore, da parte dell'autore, francamente insopportabile.
Il tutto poi è reso ancora più fastidioso, come dicevo, dalla presunzione di Baricco, dal suo ergersi a guida morale e intellettuale verso verità nascoste ai più. Così Baricco condisce il romanzo di corsivi inutili, fuorvianti e privi di un perché, si autocita, lanciando quel contenitore di racconti brevi, tutto sommato mediocri, che è Tre volte l'alba, già incensato nel mezzo della narrazione come bella prova di Mr. Gwynn.
Baricco, in linea con le posizioni ideologiche e politiche espresse negli ultimi anni, ha semplicemente smesso di essere un romanziere, un narratore, per essere altro. Un vate, forse, alla D'Annunzio, con tutti i limiti, sociali, psicologici e politici di questo tipo di figura.

giovedì 9 maggio 2013

La costituzine, articolo 33


L'arte e la scienza sono libere e libero ne è l'insegnamento.
La Repubblica detta le norme generali sull'istruzione ed istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi.
Enti e privati hanno il diritto di istituire scuole ed istituti di educazione, senza oneri per lo Stato.
La legge, nel fissare i diritti e gli obblighi delle scuole non statali che chiedono la parità, deve assicurare ad esse piena libertà e ai loro alunni un trattamento scolastico equipollente a quello degli alunni di scuole statali.
E` prescritto un esame di Stato per l'ammissione ai vari ordini e gradi di scuole o per la conclusione di essi e per l'abilitazione all'esercizio professionale.
Le istituzioni di alta cultura, università ed accademie, hanno il diritto di darsi ordinamenti autonomi nei limiti stabiliti dalle leggi dello Stato.