venerdì 31 agosto 2012

In bilico, benritrovata precarietà


Anno nuovo, nuova partenza, anche quest'anno verso Cremona, sperando di avere un nuovo incarico presso qualche istituto in città o in provincia. Le solite paure: riuscirò a lavorare? Che colleghi incontrerò? Il dirigente scolastico mi rovinerà la vita? Dovrò cambiare casa? I miei che rimangono in Sicilia come staranno, ce la faranno da soli? Io e la mia fidanzata resisteremo alla distanza?

Benritrovata precarietà.

Il diritto di non sapere e di non decidere, lo spauracchio di Tucidide



Spesso e volentieri si sente dire che il pubblico, la massa ha per certi versi il diritto di non sapere e di delegare ad altri decisioni, anche fondamentali, su questioni di rilevanza morale, economica, politica e tecnica. Tutto questo perché nella nostra società la condizione d'ignoranza è considerata, a punto, non solo una condizione ma anche un diritto inerente la vita privata (fermo restando che poi ciascuno dovrebbe assumersi le responsabilità per le proprie scelte e, in un caso simile, non dovrebbe poi poter protestare nei confronti delle scelte prese da altri che egli stesso ha delegato in sua vece).
Ma l'ignoranza può essere veramente un diritto? L'istruzione e l'informazione, così come il voto, possono essere non solo un diritto ma anche un dovere? Si rischierebbe forse di approdare allo stato etico, spauracchio del mondo liberale sulla base del principio platonico del "chi controllerà i controllori"?
Ma sempre ritornando alla grecità, un passo di Tucidide, tratto dal famoso Epitaffio di Pericle per i caduti ateniesi, indica quale dovrebbe essere la stima per chi decide di mantenersi nella condizione d'ignoranza
Noi soli, infatti, consideriamo chi non prende assolutamente parte a queste questioni ( politiche ) non quieto, ma inutile e noi stessi giudichiamo o discutiamo correttamente le questioni, dato che riteniamo che le parole non siano d'ostacolo alle azioni, anzi piuttosto non essere stati informati in anticipo da un discorso prima di andare ad occuparci di ciò che bisogna compiere con un'azione. 
Tucidide indica nell'uomo per sua scelta ignavo un peso per la società, colui che appiattisce il valore dello stato alle semplici esigenze primarie, di fatto distruggendo il valore sociale dell'entità politica e della costruzione dei diritti e dei doveri che ne sono alla base. Un insegnamento che probabilmente varrebbe la pena di seguire ancora oggi

lunedì 27 agosto 2012

Il precariato storico nella scuola, ovvero come rendere incomprensibili le proprie ragioni

Come in molti sapranno in questi giorni si susseguono le notizie sul concorso a cattedra che riguarderà la scuola pubblica italiana. Il bando per tale concorso vedrà plausibilmente la luce giorno 24 Settembre, ma già sui siti e i forum specializzati si susseguono commenti e raffiche di lamentele e recriminazioni.
In particolare a farsi sentire contro il concorso sono i cosiddetti precari storici che, forti di una sacrosanta verità, ovvero la loro presenza nel mondo della scuola spesso anche decennale, reclamano i loro diritti.
Proprio sulla questione diritti c'è però un evidente limite nella comunicazione da parte dei precari della scuola, figlio spesso di un fraintendimento di fondo su quali siano questi stessi diritti. Forse però conviene andare con ordine.
Normative europee alla mano, l'Italia è già stata più volte condannata per il precariato nella scuola pubblica. Il perché è presto detto: la normativa prevede che chiunque lavori per più di 36 mesi sullo stesso posto di lavoro dovrebbe vedere il proprio contratto trasformarsi in un contratto a tempo indeterminato. Nella scuola pubblica italiana questo non accade e migliaia di insegnanti lavorano da anni nella stessa scuola e con gli stessi colleghi, vedendo però il proprio contratto estinguersi ad Agosto se non al 30 Giugno per essere poi riassunti ai primi di Settembre. In questo modo lo stato evita di dover pagare ai docenti gli scatti di anzianità, gli stipendi di Luglio e Agosto e, da quest'anno, le ferie non godute, proprio perché di fatto quei due mesi di inattività non sono mesi di ferie ma di disoccupazione. Fin qui le ragioni sono evidentemente dalla parte dei precari.
Lì dove i precari storici sbagliano è nell'opporsi a qualsiasi tentativo di risolvere la situazione garantendo anche il diritto al lavoro a chi è venuto dopo di loro, come se, in una guerra tra poveri, per ragioni anagrafiche e non di diritto o di merito, spettasse solo a loro lavorare.
Così nell'ordine si sono succedutele proteste prima contro l'inserimento in coda in altra provincia, poi per il diritto di far valere il proprio punteggio in graduatoria nelle province aggiuntive (a guardar bene una protesta contro un provvedimento iniquo e poi contro il tentativo di normalizzarlo). Successivamente, adducendo come motivazione la lunghezza delle graduatorie, i precari storici hanno lanciato anatemi contro i TFA e i nuovi corsi abilitanti, non contestando il metodo di selezione o l'inconsistenza pedagogica di questi corsi (proteste legittime sul merito quindi) ma contestando proprio il fatto che qualcun altro, dopo di loro, abbia diritto di lavorare nella scuola.
Oggi i precari storici protestano contro il concorso a cattedra, adducendo ancora come motivazione la lunghezza delle graduatorie e la presenza quasi decennale in graduatoria. Queste però non sono né motivazioni che riguardano il diritto, né il merito della questione, né, soprattutto, la qualità del servizio. Perché, fino a prova contraria, chi lavora nella scuola lavora nell'ambito dei servizi offerti dallo stato e proprio per questo dovrebbe anche poter garantire la qualità di tale servizio su criteri certi.
La protesta dei precari della scuola contro i sistemi di valutazione delle scuole e dei docenti (non questo o quel sistema di valutazione, ma proprio tutti a prescindere) si iscrive in questo quadro che rende incomprensibile la ragione della protesta a chi non è addetto ai lavori. Per chi sta fuori dalla scuola la protesta sembra un semplice pretendere il posto a prescindere dal fare bene o male il proprio lavoro e per semplici ragioni anagrafiche. In questo non aiuta né la disinformazione dei media né, spesso, lo stesso analfabetismo sulle norme che regolano la scuola da parte dei docenti stessi.
La ragione anagrafica non può essere la semplice motivazione per passare in ruolo, né si può comprensibilmente sostenere che avendo sostenuto esami all'università o nei corsi di specializzazione molti anni prima allora non si debba più essere valutati. Non si possono sostenere queste tesi per il sempre fatto che sarebbero folli per qualsiasi altro settore del mondo del lavoro, servono soltanto ad allentare l'interesse delle altre classi lavorative che avrebbero invece tutti i motivi per pretendere una scuola funzionante a partire dalla stabilità dei suoi docenti.
Se la ragione anagrafica è l'unico criterio di selezione nel suo estremismo (sia nella protesta dei precari storici sia nel giovanilismo senza se e senza ma dilagante fra i media) allora le graduatorie così come esistono oggi non hanno senso: aboliamo i punteggi dovuto a laurea, specializzazioni, corsi di perfezionamento ed esperienza pregressa. l'unico criterio di selezione sia l'anno d'inserimento in graduatoria e, nel caso di parimeriti, l'anno di nascita. Forse faremo contenti i precari storici o i "rottamatori" integralisti. Avremo però una scuola migliore?


venerdì 10 agosto 2012

La politica vs Ingroia: parole in libertà contro la libertà di parola



Prendendo spunto dall'articolo de Ilfattoquotidiano.it che potete leggere al link seguente, mi trovo oggi a scrivere di libertà di parola e di espressione, o almeno di come la libertà di espressione in Italia vada ancora difesa e di come non sia chiaro un concetto: la libertà d'espressione trova come suo unico limite l'offesa o la menzogna, per il resto chiunque, in qualsiasi posizione, è libero di poter dire quello che pensa riguardo a qualsiasi argomento.
Certo la libertà d'espressione è uno strumento scomodo: da un lato ci costringe ad ascoltare anche chi non avrebbe davvero nulla da dire, come molti politici anche di lungo corso del tutto ignari e inconsapevoli nelle loro dichiarazioni e che parlano quasi sempre per ordine di partito o interesse personale




Ma ci sono casi, come quello recente delle dichiarazioni di Ingroia sui politici che vanno nelle carceri a chiedere ai boss di pentirsi, in cui la polemica sulla libertà di parola è a dir poco allucinante. In primis, cosa c'è di scandaloso nel sapere che un politico chiede ad un boss di pentirsi? In cosa sta sbagliando? nel chiedergli di pentirsi e fare nomi e cognomi dei politici conniventi, o nel parlare con un boss? E poi, qualsiasi regolamento interno della magistratura, della politica o anche solo di uno stato non può comunque ledere la libertà d'espressione di Ingroia che, se vuole dire che per fortuna esistono ancora dei politici che si occupano realmente di antimafia, ne ha ogni diritto. Con buona pace di giornali, politichetti e ciarlatani.



lunedì 6 agosto 2012

Il Vincitore, il mio racconto su Storiebrevi.it



Nasce oggi il sito storiebrevi.it, concepito e strutturato per la navigazione su smartphone. Storiebrevi.it è un raccoglitore di racconti brevi accessibili a tutti, previo abbonamento settimanale con il vostro gestore. Fra i vari racconti pubblicati, ne trovate uno mio, "Il vincitore" che potete leggere, condividere e di cui, se vi va, potete indicare il vostro apprezzamento cliccando sul banner del "mi piace". Buona lettura!

domenica 5 agosto 2012

Tutti gli uomini del presidente


Ultimamente si è parlato molto riguardo alla correttezza di Giorgio Napolitano come presidente della repubblica. In particolare la questione che ha lasciato perplessi in molti è stata la querelle sulle intercettazioni della procura di Palermo che hanno coinvolto l'ex ministro Nicola Mancino e proprio l'attuale presidente della repubblica, reo, secondo una parte dell'opinione pubblica, di aver cercato di insabbiare le suddette intercettazioni ponendo la questione della competenza al Consiglio di stato.
Al riguardo penso che occorra scindere la questione per poterla giudicare: da un lato la questione morale, dall'altro la questione politica.

Dal punto di vista morale, fa sicuramente effetto vedere che, almeno questa è la sensazione, Giorgio Napolitano voglia porsi al di sopra delle leggi che riguardano gli altri cittadini e tutelare la propria posizione, anche appigliandosi a dei cavilli giudiziari che, a giudizio di molti, costituzionalisti compresi, lasciano il tempo che trovano. Lo ripeto, dal punto di vista giudiziario e morale, Giorgio Napolitano ha probabilmente torto e la procura di Palermo ha tutto il diritto di adoperare le intercettazioni su Mancino, anche se per caso sono andate a coinvolgere anche la più alta carica dello stato.

C'è però una questione politca, da un certo punto di vista ben più intricata, in cui, a guardar bene, si nota come anche a discapito della propria popolarità il presidente della repubblica sta giocando un forte ruolo di coerenza simbolica, quasi una prova di forza per salvare il salvabile di questo stato.
A guardar bene Napolitano, proseguendo l'opera di Ciampi, ha lavorato per tutto il suo mandato nel cercare di dare al ruolo del presidente della repubblica un alone di sacralità e intoccabilità, sia da parte delle altre forze e istituzioni politiche, sia da parte della società civile. Certo immobilismo durante il governo Berlusconi così come alcune prese di posizione forti dipendono proprio da questo comportamento, ovvero il tentare di rendere l'istituzione che lui incarna, almeno essa, una certezza in un mare di disaffezione nei confronti della politica e dello stato. A maggior ragione in un momento di grave crisi per l'Italia.
In questa ottica si spiega anche l'atteggiamento di Napolitano nei confronti delle intercettazioni: il mettere a nudo come anche questa istituzione possa essere fallibile e contestabile sarebbe lo "svelare l'arcano" di questa democrazia malata, non lasciando più alcun appiglio alla fiducia della società civile in uno stato sempre più a pezzi. Che lo stia facendo coscientemente o no, la battaglia di Napolitano è la battaglia per la sopravvivenza della repubblica in quanto tale, a costo di nascondere la polvere sotto il tappeto.
C'è di più: proprio l'aura di inviolabilità della presidenza della repubblica, l'alone di padre della patria, è ciò che attrae le due figure più astutamente "politiche" del nostro parlamento, ovvero Pierferdinando Casini e Silvio Berlusconi
Entrambi ambiscono a quella carica, l'uno per potersi porre da ago della bilancia, forte di un piccolo partito ma fondamentale nello smuovere le alleanze, l'altro per il semplice tornaconto personale nella speranza di concludere la propria carriera senza condanne della giustizia. L'uno e l'altro aspirano dunque a succedere a Napolitano, l'uno addirittura, Berlusconi, ampliando i poteri della presidenza della repubblica per garantirsi quella intoccabilità che fino ad ora la vita politica gli ha concesso.
Non per nulla Napolitano, uomo attento ai simboli, osteggia la riforma semi presidenzialista alla francese patrocinata dal PDL. Nel suo ruolo si trova oggi a dover lottare una battaglia quasi impossibile: da un lato mantenere viva almeno un'istituzione in Italia, dall'altro impedire che anch'essa divenga preda degli squali che hanno inquinato la vita politica degli ultimi vent'anni

La generazione perduta. Quando la generazione dei padri, ancora al potere, dà per spacciata la generazione di trentenni e "guarda oltre"

Ecco qualcosa di cui ovviamente si è parlato poco e niente in televisione ma che, invece, lascia capire quale sia realmente la condizione dei "quasi giovani", i trentenni, in Italia. In una recente intervista a Sette, il presidente del consiglio Mario Monti ha detto queste frasi

Che messaggio si sente di dare a quei 30-40enni italiani che sono in grande difficoltà, a coloro che sono stati definiti la "generazione perduta" in termini di mancato inserimento nel mondo del lavoro?
Le risposte corrette l'Italia avrebbe dovuto darle dieci, venti anni fa, gestendo in modo diverso la politica economica, pensando di più al futuro e un po' meno all'immediato presente. Alcide De Gasperi diceva che il politico pensa alle prossime elezioni, mentre l'uomo di Stato pensa alle prossime generazioni. Lo sottoscrivo. Quindi la verità, purtroppo non bella da dire, è che messaggi di speranza - nel senso della trasformazione e del miglioramento del sistema - possono essere dati ai giovani che verranno tra qualche anno. Ma esiste un aspetto di "generazione perduta", purtroppo. Si può cercare di ridurre al minimo i danni, di trovare formule compensative di appoggio, ma più che attenuare il fenomeno con parole buone, credo che chi in qualche modo partecipa alle decisioni pubbliche debba guardare alla crudezza di questo fenomeno e dire: facciamo il possibile per limitare i danni alla "generazione perduta", ma soprattutto impegniamoci seriamente a non ripetere gli errori del passato, a non crearne altre, di "generazioni perdute".
In pratica il presidente del consiglio dice chiaramente che, secondo lui, per tutta quella fetta di cittadini che vanno tra i trenta e i quarant'anni, quelli che insomma oggi dovrebbero essere la prossima classe dirigente e lavorativa italiana, c'è ben poca speranza, se non nessuna. La chiama addirittura generazione perduta, ci dà per spacciati, al massimo per questa generazione si possono limitare i danni. Ecco, quando quella parte di cittadinanza che, secondo i calcoli, deve ancora vivere almeno cinquant'anni, per la gran parte nel mondo del lavoro precario, viene data per perduta, allora la misura del fallimento di uno stato è evidente. Perché questi trentenni dovrebbero invece essere una risorsa, si dovrebbe avere il coraggio di ripensare il sistema ANCHE per loro.
Che la colpa di questa situazione non sia di Mario Monti è evidente, un uomo che in parte mi ricorda la condizione di Gorbaciov: presidente russo chiamato all'impossibile missione di rinnovamento dell'URSS e che, prorprio nella sua opera di riforma, ammetteva le lacune e le falle di un sistema, fino a portarlo al disfacimento. Nella sua opera di verità sul malgoverno degli ultimi venti - trent'anni, Monti ammette il fallimento di una classe dirigente miope, nonché la crisi di un sistema, la democrazia clientelare italiana che troppo a lungo ha pensato solo a raccattare voti a suon di slogan e segreti di stato, sacrificando il futuro.
Oggi intanto compaiono, ovviamente solo in rete, reazioni a quanto detto, più di orgoglio che altro perché in primis la mia generazione aveva già ben chiaro di essere stata sacrificata, non avevamo bisogno di Monti per capirlo. Ce ne siamo già accorti con la riforma Biagi, con l'incompetenza di Bondi, Sacconi, Gelmini, ce ne siamo accorti grazie ai continui insulti di Stracquadanio, Brunetta, Martone. Tutta gente che dopo essersi arricchita al tavolo del potere e del vil denaro, non ha saputo fare niente di più che, anziché legiferare degnamente e con coscienza, attaccare chi non era arrivista come loro. Monti ci dice quello che già sappiamo.
Se la volete sapere tutta, a noi non interessano rottamatori, non interessa lo spread, il differenziale, non ci interessa neanche se pagheremo in lire o in euro. Ma non accetteremo di perdere tutti quei diritti che ci avete insegnato come sacri e che oggi ci togliete, dicendo che erano solo vostri. La vostra ricchezza non si può nutrire delle nostre sofferenze.

Intanto vi lascio con il manifesto della generazione perduta