martedì 31 luglio 2012

Perché piace Saviano: analisi del masochismo del PD

Mai come in questi giorni, guardando le peripezie del PD, tutto impegnato nel massacrarsi da solo per evitare il rischio di vincere le prossime elezioni, mai come in questi giorni dicevo mi sono sembrati chiari quali sono i motivi del successo di Roberto Saviano fra gli elettori di sinistra.
Una premessa: per molti aspetti Saviano rappresenta una sinistra atipica, che si occupa molto dei temi della giustizia e della sicurezza, temi in genere legati più alla destra. Eppure, Saviano spopola, soprattutto tra i giovani, perché? Beh, per rispondere, usando un espediente caro al protagonista di questo post, ecco una breve lista

1. Saviano è DAVVERO giovane, non come i finti giovani alla Renzi che dicono di voler rottamare il PD ma ne fanno parte ormai, in alcuni casi, da quasi vent'anni, dopo essere stati portaborse e schiavetti dei potenti di turno 

2. Saviano non ha paura ad essere di sinistra, come invece sembrano averne tanti personaggi di dubbia utilità nel PD. Per esempio gente come Fioroni, un uomo la cui permanenza nel PD è per me un mistero, dato che ogni volta che questo partito, suo malgrado, sfodera un tema di sinistra, è sempre pronto ad opporsi in nome della pax con i moderati. 

3. Saviano è un intellettuale che si è davvero impegnato per il vivere civile e per la sua società, quella Campania ricca di contraddizioni ma potenzialmente una delle regioni chiave di questo paese. Personalmente non ritengo Saviano un grande narratore, ma a differenza di altri intellettuali del PD, i nostro può annoverare un riconosciuto impegno civile, talora anche sconfinando in eccessi dovuti all'età, ma sempre qualcosa di più di alcuni che si vantano di essere di sinistra solo perché fa fighi, mentre intanto si arricchiscono dietro le cattedre delle scuole di scrittura creativa e i salotti bene.

4. Saviano chiama le battaglie di civiltà con il loro nome, dicendo apertamente che una forza che si vuole dire riformista non può nascondersi dietro tatticismi quando si parla di diritti, come per i matrimoni omosessuali, la legge sulla tortura, l'obiezione di coscienza sull'aborto. Al contrario di altri esponenti del PD che pur di compiacere il Vaticano migrerebbero immediatamente al PDL.

5.Saviano attacca apertamente il conflitto d'interessi del cav. Berlusconi e della sua famiglia, ha avuto il coraggio di scoperchiare l'enorme carico di omertà sulle irregolarità e le connivenze fra la politica e le organizzazioni mafiose al nord, al costo di sputtanare i potentati del luogo, che fossero di sinistra o che fossero della lega. Nel PD invece c'è ancora qualcuno che pensa che con il cav. bisogna trattare perché così, magari, forse, un giorno, chissà se ne andrà dalla politica senza fare più danni. 

6. Saviano pensa che la lotta alla mafia venga prima di ogni segreto di stato, che se qualcuno anche all'interno del PD ha sbagliato, debba semplicemente pagare per i suoi errori, senza invece coprire con ostinazione i propri panni sporchi appoggiando le peggiori leggi anti democratiche che questo paese possa immaginare

Senza voler continuare, direi che sono tutte valide ragioni per apprezzare Saviano, senza farne un idolo, ma nella consapevolezza che, se il PD vuole vincere (ma non vuole) è questa la linea da seguire, non quella di tanti minuscoli politichetti che da vent'anni non fanno altro che infangare il nome della sinistra italiana.


lunedì 30 luglio 2012

“Corrotti e nepotisti”: ecco come i cinesi parlano di noi - Linkiesta

Yang Mei Ping

Le aziende italiane sono per lo più a conduzione familiare, la famiglia così prevale ma «fare affidamento sul nepotismo spesso porta alla mediocrità del livello di management dell’impresa», L'analisi del quotidiano cinese Xin Wen Wan Bao, giornale con circa tre milioni di lettori su carta e alcune decine di milioni di lettori online a livello nazionale, è spietata verso noi italiani. Siamo «diffidenti verso la meritocrazia», si trova lavoro solo con «raccomandazioni e conoscenze» e la nostra società è così «carente di cultura civica e virtù civica» che «gli italiani non fanno mai la fila». Fino alla domanda: «l’Italia è destinati ad un declino senza sosta?».

Leggi il resto: http://www.linkiesta.it/italia-crisi-cina#ixzz227Cp9lkJ

(Articolo originariamente apparso sul quotidiano cinese «Xin Wen Wan Bao» del 22 luglio intitolato: «La cultura Italiana influisce sul suo declino economico? - I business a conduzione familiare guidano l’economia; il nepotismo pervade le imprese»)

Anche i dipendenti fanno affidamento sul nepotismo

In Italia il nepotismo non esiste solo nelle imprese a conduzione familiare. Prendere il posto del padre nella società è una legge naturale ed è dato per scontato che i genitori trovino un buon lavoro ai loro figli. Il padre dell’economista Marco Pagano è avvocato, ma egli non ne ha seguito le orme. Anche se ora ha 60 anni, quando gli amici dei suoi genitori lo incontrano, gli chiedono ancora come va il suo studio legale.

L’economista della Bocconi Tito Boeri ha raccontato che una grande banca voleva ridurre il personale e alla fine ha trovato un compromesso coi i propri dipendenti per cui sarebbero stati assunti i loro figli se il business si fosse espanso in futuro. Questi legami familiari hanno ostacolato la flessibilità del mercato del lavoro italiano.

L’80% degli Italiani possiede una casa di proprietà, ma ciò è dovuto al fatto che i genitori hanno comprato la casa ai propri figli per fare in modo che essi e i nipoti potessero vivere nelle vicinanze. Ma ciò ha significato anche il mancato spostamento verso luoghi con maggiori opportunità d’impiego. Il mercato del lavoro italiano pecca inoltre di un sistema di gestione dei talenti.

Le raccomandazioni e le conoscenze sono ancora il modo più sicuro per trovare lavoro. Anche in settori al di fuori dal business a conduzione familiare, il nepotismo è estremamente comune e non viola la legge. Ciò è particolarmente evidente nel sistema dell’educazione. Secondo quanto divulgato da un report condotto da un media Italiano, il direttore di una storica università romana prima di lasciare la propria carica avrebbe trovato un occupazione per moglie e figlio all’interno del personale medico operante nell’istituzione, anche se questi ultimi non possedevano alcuna specializzazione né precedenti esperienze lavorative in quel campo.

Dal punto di vista finanziario, gli italiani sono molto diffidenti verso la meritocrazia. Al fine di migliorare la qualità dell’educazione nella scuola media, il governo Berlusconi aveva stanziato fondi addizionali ai poli scolastici in grado di offrire bonus agli insegnanti meritevoli. Ma pochi distretti accettarono queste risorse e la maggior parte di quanto stanziato rimase inutilizzata. Alcuni critici sostengono ora che quei fondi avrebbero dovuto essere indirizzati al miglioramento della qualità dell’insegnamento dei docenti meno preparati.

Mancanza di cultura civica

La società italiana è inoltre carente di cultura civica e virtù civica e ciò viene dimostrato in numerosi ambiti. Per esempio gli italiani non fanno mai la fila, vi sono graffiti dappertutto, molte città del Sud sono piene di spazzatura, l’evasione fiscale è un fenomeno comune, la mafia continua a prosperare e via dicendo. Gli italiani considerano solo le proprie responsabilità nei confronti della famiglia come principi di base. Non importa null’altro.

L’ostilità nei confronti del governo è normale per gli italiani, forse perché dalla caduta dell’impero romano l’Italia è stata governata da invasori stranieri e dal sistema feudale. Le tasse vengono considerate “tributi” e il sistema giudiziario come uno strumento del governo per tenere sotto controllo la società, piuttosto che garantire equità e giustizia.

Tanto per chiarire cosa si dice all'estero di noi, da Linkiesta

http://www.linkiesta.it/italia-crisi-cina

venerdì 27 luglio 2012

Da Milano una botta di civiltà, il registro delle unioni civili


Almeno una buona notizia da Milano, ovvero l'approvazione del registro delle unioni civili, strumento che consentirà di tutelare tutte le coppie di fatto incrementandone diritti e doveri. Una "botta" di civiltà in un paese fermo che, inondato di numeri immaginari provenienti dal mondo della finanza, ha volutamente nascosto sotto il tappeto le questioni sociali e la tutela dei diritti. Perché proprio di diritti si tratta, e per chi non se lo ricordasse, il compito di uno stato è innanzi tutto quello di tutelare i diritti dei propri cittadini, di qualsiasi sesso e razza si tratti, in qualsiasi condizione economica, sociale e di salute. Sono questi i principi che dovrebbero muovere gli interessi di uno stato, non i fatturati delle banche e i rating di agenzie interessate.
Per quanto riguarda poi le critiche che provengono da destra, di quanti parlano del principio per cui si vuole arrivare al matrimonio omosessuale, l'unica risposta possibile è che, no, non si tratta della stessa cosa, perché qui si tratta di tutela di tutti, non solo degli omosessuali ma già solo degli eterosessuali che convivono. Inoltre, anche se fosse? La tutela di tutti diritti di cui parlavo prima evidentemente non appartiene alla cultura di destra che, forse, nella paura di ritrovarsi nell'impasse di non saper mai scegliere cosa sia giusto e cosa sia sbagliato se non viene detto dall'alto da una voce autoritaria, preferisce negare i diritti e percorrere a solita strada, quella che dà sicurezza, anche se nega l'esistenza di qualcosa di diverso, di realtà nuove o semplicemente di sfaccettature della realtà.
Il mondo non è cristiano, non è nato cristiano e verosimilmente non finirà cristiano: sulla base di questa semplice considerazione forse sarebbe anche il caso di imparare a relativizzare il proprio pensiero e di aprirsi alle ragioni altrui.

Il giornalismo della destra italiana: forti con i piccoli, silenziosi contro il Cavaliere

Provo un certo imbarazzo di fronte alla prima pagina de Il Giornale di oggi: imbarazzo, se non disgusto. Disgusto per un giornalismo schifoso, cieco, pronto a non vedere lo sfascio di vent'anni di governo del padrone e signore di questa testata, in compenso sempre propenso ad attaccare chi fa, con tutte le contraddizioni della vita, il suo lavoro. 
Il Giornale nello stesso articolo attacca la procura di Palermo e quella di Taranto, perché? Perché hanno fatto il loro lavoro. Hanno addirittura, da un lato, osato indagare e intercettare conversazioni sulla trattativa tra Stato e mafia degli anni 90, e dall'altro lato chiuso uno degli scempi di cinquant'anni di malgoverno italiano, l'industria siderurgica ILVA di Taranto.
Perché per il Giornale tentare di mettere in luce se negli anni Stato e mafia hanno dialogato (e non solo) come sembra evidente, è un reato di lesa maestà, e scoperchiare gli altarini, mettere in luce gli scheletri nell'armadio del nostro paese è troppo, forse perché negli ultimi vent'anni di memorabili sortite tra il lerciume della politica italiana il signore  e padrone de il Giornale è sempre presente. Lo stesso discorso vale per il caso ILVA, industria che da cinquant'anni, sotto gli occhi (chiusi) della politica clientelare, che, a quanto pare, il Giornale difende, avvelena i Tarantini e non solo. Ma tutto questo non conta, si doveva rimanere nello status quo, e la colpa è sempre della magistratura, mai di quelle maggioranze di destra e sinistra che nel corso degli anni hanno permesso questo schifo.
Peccato poi che il Giornale sia sempre così ligio al dovere nell'attaccare senza prove i nemici del suo Cav, peccato poi mettere in piccoli trafiletti smentite stentate, come si ricorda per i casi Boffo, Fini e Marcegaglia. Peccato che Feltri sia uno dei giornalisti con più denunce e condanne a carico, peccato che le indagini abbiamo dimostrato come Belpietro si sia inventato un attentato pur di innescare un clima di tensione.
Ma tutto questo non conta, l'importante è essere forti con i deboli e ossequiosi al real deretano del Cav.

Ancora su Bianca come il latte, rossa come il sangue di Alessandro D'Avenia e il Davenismo

http://www.informazione.tv/img/public/2010personaggi/alessandro_d_avenia_2.jpg

Una doverosa premessa: io non ho nulla di personale contro Alessandro D'Avenia, mio conterroneo, quasi coetaneo, anzi, se non fossi con lui in disaccordo praticamente su tutto, mi farebbe anche simpatia. Mi farebbe simpatia perché sono dell'idea che le cose che scrive lui le senta davvero. Il problema è che D'Avenia, in molto di ciò che scrive, sembra il campione di un cattolicesimo buonista e tutto sommato immobile. Nei suoi personaggi non riesco a vedere una vera evoluzione, una riflessione. Tutto mi sembra lasciato in mano ad una provvidenzialità dell'intervento divino, del volere di quel dio superiore a cui ci si affida senza se e senza ma. È una possibile soluzione, in una trama di romanzo come nella vita, ma oggi mi chiedo se sia la più adatta. Mi chiedo se nel ventunesimo secolo sia accettabile che tutto venga sempre lasciato nelle mani di qualcun altro, mi chiedo se i personaggi di un romanzo, anche se adolescenti, non debbano essere invece campioni di responsabilità personale. Questo  modo di scrivere, narrare, il Davenismo, è consolante, soprattutto per una parte dei nostri ceti medi che, incapaci alla lotta e alla presa di consapevolezza delle loro colpe, oggi di fronte alla crisi economica civile e morale del nostro paese rimangono in attesa, silenziosi e inermi. Tanto qualcun altro risolverà, o il solito uomo della provvidenza o un dio che da duemila anni venerano nel suo silenzio e indifferenza

lunedì 23 luglio 2012

Tre volte all'alba, Alessandro Baricco

Quando si parla di Baricco non si può mai davvero giungere ad una definizione univoca, stabilire se i suoi libri siano più frutto di ingegno o di arte. Come nel caso di Tre volte all'alba, tre racconti lunghi accomunati dal contesto temporale in cui si vanno a svolgere, l'alba a punto. Personaggi diversi, ma motivo comune è sempre il rapporto uomo donna, che al sorgere del sole confrontano le loro vite, i loro successi e le loro sventure, all'interno di storie che occhieggiano il poliziesco e il noir.

Fra i tre racconti il primo è, a mio parere, il meno riuscito, mentre negli altri due Baricco riesce a trasmettere qualcosa al lettore, la sensazione di un barlume oltre le parole, quel giocattolo con cui troppo spesso si sollazza.

Una buona lettura in fondo. Di certo non il capolavoro che alcuni critici e non hanno acclamato (certo che se teniamo come termine di paragone D'Avenia...)

Margherita Dolcevita, Stefano Benni

Quando Stefano Benni decide di scrivere un gran libro, c'è poco da fare. Come nel caso di Margherita Dolcevita, pubblicato nel 2005. La piccola ma mica tanto Margherita, senza pudori di sorta e senza mielose tra pseudo adolescenziali, come va tanto di moda oggi fra i lettori (adulti) guarda con occhio critico e sarcastico all'arrivo di nuovi vicini, iper tecnologici, benestanti, militaristi e apparentemente razzisti. Tutto mentre la sua famiglia viene invece vinta dalle novità e dalle paure della società contemporanea, sottomettendosi così a videogiochi, megaschermi, armi e xenofobia.
La vicenda si conclude con un finale a sorpresa, mentre per tutto il romanzo il surreale e il fantastico fanno capolino fra le leggende metropolitane e le visioni di Margherita.
Personaggio solo apparentemente comico, in realtà impegnato, ecologista, pacifista e in perenne lotta contro le discriminazioni del finto progresso. Un personaggio maturo, quello di Margherita, perfetto per un racconto la cui verve si mescola benissimo con i temi, impegnati, trattati.

martedì 17 luglio 2012

Dell'essenza di uno stato

Mettiamo che io sia già padre, mettiamo che io abbia cinque figli.
Mettiamo che tutti e cinque lavorino e che io non abbia molti soldi.
Allora smetterò di spendere tutti i miei denari per chiedere ai miei figli di collaborare, o almeno di badare a loro stessi, mentre io metterò qualcosa da parte per tempi peggiori, o mi godrò finalmente il riposo spendendo i miei soldi, magari nelle stesse attività che portano avanti i miei pargoli.


Mettiamo che io sia già padre, mettiamo che io abbia cinque figli.
Mettiamo che tutti e cinque non lavorino, o facciano fatica e che io non abbia molti soldi.
Allora non smetterò di dare loro i miei soldi, anzi, per quel che potrò, dovrò aumentare le mie spese, perché io comunque qualche soldo in più di loro lo posseggo, ed è ora che devo mostrare di prendermi cura della mia prole, della mia gens.

Mettiamo che io sia uno stato, e i miei figli siano i miei cittadini.
Se smetterò di curarmi dei miei cittadini, della mia gente, nel momento in cui essi avranno più bisogno, semplicemente non sarò un buono stato, o non sarò uno stato affatto

lunedì 16 luglio 2012

Provando a scrivere qualcosa di nuovo...

In attesa del meritato mare e di sapere cosa mi troverò ad affrontare l'anno prossimo, in attesa delle solite menate insomma, provo a scrivere. Colonna sonora: Queen, Jeff Buckely, Bob Dylan e i Dream Theater, e che il cielo ci assista...

giovedì 12 luglio 2012

La chiamano Austerity

La chiamano Austerity e in nome di questo nome altisonante operano i tagli che noi poi viviamo sulla nostra pelle. Eppure non sono dei semplici pinco pallino quelli che smascherano questo mito, si tratta bensì di Keynes e di tutti i suoi discepoli, primo fra tutti Krugman, premio nobel per l'economia, tutti convinti che, dietro questo sostantivo propinato in lingua per renderlo più credibile, non si nasconda che il giochetto sporco di pochi potenti sottomessi al dio mercato. Ecco che dall'austerity c'è chi ha un guadagno ben preciso, come la Germania, mentre non si capisce bene perché il problema del debito pubblico sia una questione inderogabilmente aperta solo per la vecchia Europa. È un dato di fatto che né USA, né Giappone né Cina, per fare i primi nomi per importanza, si pongano il problema del debito, anzi. In caso di crisi queste economie immettono liquidità per permettere di superare agevolmente il periodo di stagnazione, si impegnano in lavori pubblici, incrementano il proprio debito anziché tentare di colmarlo a scapito dei cittadini.

La vecchia Europa invece oggi taglia su tutti i servizi, ristruttura, riduce la sindacalizzazione, elimina diritti la cui conquista era costata anni, tutto in nome dell'austerity, nome specchio che nasconde la parola mercati e interessi. Allora diciamo le cose come stanno: diciamo che si vuole rendere l'Europa competitiva nei confronti dei mercati in fase di sviluppo, lì dove sindacalizzazione e diritti sono spesso inesistenti. Diciamo che i paesi dalle economie più sviluppate del vecchio continente stanno approfittando della potenziale fragilità di alcune economie europee per ridurre le condizione sociali di quegli stati e renderli di fatto dipendenti, a condizioni di subordinazione e di accettazione di decisioni prese da altri, sotto l'egida del "ci viene chiesto dall'Europa". Diciamoci che questa Europa non si fonda sulla democrazia, concetto tanto in voga quanto in disuso, ma sullo sapoteree economico, e diciamoci pure che dietro questo gioco al massacro si cela pure l'accettazione di anni di recessione globale, perché dal crollo dell'Europa nascerà il rallentamento di tutte le economie.
Ma soprattutto, diciamoci che la parola Austerity cela la resa della politica di fronte all'economia e agli interessi economici, e il sacrificio dei diritti e dello stato sociale.

 
 

martedì 10 luglio 2012

Il vincitore, il mio nuovo racconto su Storiebrevi.it, votate!

Per chi volesse vedere pubblicato Il vincitore, il mio nuovo racconto su Storiebrevi.it, lo potete leggere, recensire e votare al seguente link. Mi raccomando, votate numerosi!

Come una storia, da oggi al prezzo di vendita ONLINE di 9 Euro

Come una storia: Juan Sebastian Anlachi è un uomo qualunque alle prese con le disavventure della vita ordinaria; soffre da qualche tempo di una frequente stanchezza, tanto da mettere a repentaglio il suo quieto vivere. La ricerca delle cause dei suoi problemi lo porta a mettere in luce una vita inattesa e parallela, fino ad essere coinvolto in un gioco folle di visioni, passioni e omicidi




Filippo D'Angelo e il suo romanzo La Fine dell'Altro Mondo. L'intervista

Filippo D'Angelo e il suo romanzo La Fine dell'Altro Mondo. L'intervista

Come una storia

Come una storia: Juan Sebastian Anlachi è un uomo qualunque alle prese con le disavventure della vita ordinaria; soffre da qualche tempo di una frequente stanchezza, tanto da mettere a repentaglio il suo quieto vivere. La ricerca delle cause dei suoi problemi lo porta a mettere in luce una vita inattesa e parallela, fino ad essere coinvolto in un gioco folle di visioni, passioni e omicidi

lunedì 9 luglio 2012

Da Bauman, Dentro la globalizzazione

Limite, secondo Alberto Melucci, «vuol dire confine, frontiera, separazione; e perciò vuol dire anche riconoscimento dell'altro, del diverso, dell'irriducibile. L'incontro con l'alterità' è un'esperienza che ci mette alla prova: da essa nasce la tentazione di eliminare le differenze usando la forza, mentre da essa può anche generarsi la sfida della comunicazione, come sforzo che si rinnova costantemente»


domenica 8 luglio 2012

Ricerca, questa sconosciuta

Notizia del giorno: fra i vari tagli della spending review saltano all'occhio i duecentodieci milioncini di euro tagliati dalla ricerca. Sarebbe tutto normale, sacrifici che ogni settore fa per sopravvivere alla crisi imperante. Se non fosse che poi con un decretuccio ad hoc vengono dati altri duecento milioni alle scuole private (ne parlavo giusto qui). Ora, io non vorrei fare il saccente, quello del "ve l'avevo detto", ma così, anche solo per buona creanza, anziché dare questi dindini alle scuole private che, ad occhio, bisogno non ne avrebbero, non si potrebbe lasciarli alla ricerca o quanto meno darli al MIUR in modo da distribuirli più equamente? Sarebbe così sbagliata come cosa?

venerdì 6 luglio 2012

Quanto stiamo messi male

Quanto stiamo messi male se, ancora, tagliamo su una scuola pubblica già malandata per dare ancora soldi alle scuole private?
E non mi si venga a dire che quei soldi erano già previsti perché il governo Monti non si è fatto problemi nel tagliare anche fondi pregressi se inutili.
Purtroppo però in certi casi gli sprechi e le offese al pubblico pudore non vengono e non verranno mai meno
Benvenuti in Italia!

giovedì 5 luglio 2012

Sicilianità, ovvero il becero leghismo siciliano

Sulle pagine di questo blog mi sono spesso scagliato contro il leghismo, così come i più lo conoscono, ovvero quello della Lega Nord e dei suoi sgherri. La stupidità dei luoghi comuni e del razzismo di questo partito non deve però fare credere che la mia sia tout court una causa meridionalista, anzi. Il leghismo è purtroppo un cancro ben presente anche nel meridione, sotto diverse forme. Forse anzi è sempre stato più presente al sud che al nord.
Prendiamo il caso della Sicilia, del concetto di sicilianità tanto caro  agli abitanti della cara Trinacria.
Ecco, ad analizzare tante di quelle virtù di cui si fanno vanto i siciliani, non ne escono altro che luoghi comuni o difetti, anche gravi, anziché pregi.
Innanzi tutto il siciliano, rispetto al resto degli italiani, vanta una certa elasticità mentale, che applica nei più diversi campi: istruzione, lavoro, tempo libero. A ben guardare però questa presunta elasticità non è altro che un'indomita e atavica voglia di contravvenire quanto stabilito dagli altri, caratteristica, come vedremo, che si accompagna all'esatto opposto. Il siciliano infatti scansa come fossero delle piaghe bibliche le responsabilità. Delega, delega sempre a qualcun altro le decisioni, perché così sarà più facile poi lamentarsene, perché così non dovrà neanche fare lo sforzo di essere lui stesso a sbagliare.
Come dicevamo il siciliano medio è lamentoso, ama piangersi addosso, lamentare di essere stato dimenticato da Dio e dal resto dell'Italia: guai però ad allontanarsi dalla sottana della mamma, non sia mai che si ricada nelle responsabilità di cui sopra, del resto poi una scusa per non farlo si trova sempre: le condizioni economiche non me lo permettono, sono attaccato alla mia terra, ho bisogno del mare, l'Etna è il mio paesaggio, da noi si mangia bene...
Quando poi si parla di regole, dicevamo, il siciliano dà il meglio di sé: se ne deve fottere, è più forte di lui, vuoi anche perché di cambiarle, di migliorarle, a lui proprio non interessa, sarebbe uno sforzo troppo grande. Il codice civile, quello della strada, persino quello penale sono dei libretti da sala da lettura, di poca importanza, e se si può è sempre meglio fare di testa propria. Tanto poi ci saranno quelli a cui abbiamo delegato, come già detto, che provvederanno a ritoccare quella regola inutile.
Nel frattempo bisogna cercarsi gli amici, perché se no non si lavora: e così tutti a cercare l'appoggio del politichetto di turno, del tizio che conta, di quello che conosce la persona giusta: e poi si vincono le elezioni distribuendo le arance in pescheria o presidiando i seggi.
Il nuovo che avanza nella politica siciliana ha almeno settant'anni, come nel caso del mio comune, dove il nuovo sindaco è il sindaco di dieci anni fa, quello che nello sgomberare la biblioteca aveva deciso di mandare al macero i manoscritti del 1700, perché tanto ne aveva fatto le fotocopie.
La sicilianità è tenere chiusi i beni pubblici, come le terme di Catania e gli altri siti archeologici; sicilianità è costruire edifici a cazzo; sicilianità è un presidente che si deve dimettere da mesi e intanto assume in regione tutti gli amici e i parenti.
Sicilianità è accontentarsi, sempre, come se tutto sia normale, come se sia normale: accontentarsi dei treni in ritardo, degli aerei in ritardo, dei bagagli in ritardo, dei parcheggi a minchia, dei politici corrotti, della mafia.
Bene, se questa è la sicilianità, io preferisco essere apolide.

lunedì 2 luglio 2012

È finita: considerazioni di fine anno scolastico

Anche quest'anno scolastico se n'è andato: sembra ieri quando ho iniziato ad insegnare alle mie prime due classi, una quarta e una quinta ginnasio, e oggi, ancora ogni tanto riesco a tenermi in contatto con quei ragazzi, quelli più grandi di loro stanno ultimando l'esame di maturità. Insomma, gli anni passano.
L'esperienza di quest'anno è stata toccante: mi sono trovato a dover affrontare situazioni che non m'erano mai capitate, forme di disagio complesse e intelligenze fini, anche se ancora spesso acerbe, vista l'età dei miei alunni (scuola media) da coltivare. Anche quest'anno ho imparato più io dai miei alunni e dai miei colleghi rispetto a quanto ho potuto insegnare.
Certo, fosse per me abolirei gli esami, li trovo spesso inutili e fuorvianti, ma vabbè, la scuola è anche questa.
Mi avrebbe fatto piacere poter usare di più gli strumenti digitali, magari esplorare la rete con i miei alunni, visto che spesso ne sono in balia, ma non c'è stato verso: speriamo nell'anno prossimo.
Mi rimane il fatto che ho potuto insegnare tanta storia e tanto italiano e, se qualche volta è rimasto qualcosa di queste discipline a chi proprio non ne voleva sapere, allora forse male male non ho fatto.
E mi rimangono le immagini dei miei alunni, del loro terrore agli esami, delle stupidate dette e fatte in classe e in gita, delle loro insicurezze, apprensioni e certezze in classe, delle belle discussioni fatte, delle lezioni in cui, caso strano, pendevano dalle mie labbra e di quelle in cui insegnare era una lotta contro i mulini al vento.
Insomma, i gran bei ricordi dell'insegnamento