martedì 24 aprile 2012

Verso il 25 Aprile, oggi

Il punto della questione non è, oggi, se il Fascismo abbia governato bene o male il paese, certo prima della follia della Seconda Guerra Mondiale; il punto della questione non è neanche se le sue risposte al fallimento del liberismo, il crollo delle borse del 1929, se il suo corporativismo fosse la risposta corretta da dare, la mediazione di buon senso al di là della propaganda tra politiche ciecamente liberiste o marxiste.
Il punto vero sta nella contraddizione fra ogni regime e ogni democrazia. Il Fascismo può anche aver scelto delle vie condivisibili, ma lo ha fatto tramite la manipolazione dell'opinione dell'opinione pubblica e la negazione di ogni diritto e libertà. La democrazia d'altro lato, nell'uguaglianza nel voto di persone che non sono mai uguali per conoscenze e competenze, pretende anche la libertà di errore, la libertà di lasciarsi trascinare, sia verso scelte immotivate o eroismi assoluti, sia verso la follia, la dolce quiete della sudditanza, di una dittatura. Che sia la dittatura di un partito, di una ideologia o, come oggi, dei mercati e delle banche, cambia relativamente poco.

lunedì 23 aprile 2012

Metropolis in tutte le salse

Metropolis, scritto da e diretto da Fritz Lang nel 1927, è sicuramente una pietra miliare nella storia del cinema di fantascienza: non per niente la pellicola è oggi protetta dall'UNESCO.
Con i suoi richiami biblici e la sua visione distopica del futuro prossimo della civiltà occidentale, questo film ha colto una delle possibili linee di evoluzione della società occidentale, europea in particolare, ben prima che Orwell e il suo Grande Fratello entrassero nell'immaginario collettivo.
Così oggi come in passato ripercorrere le vicende della città di Metropolis può essere un utile esercizio per evitare le follie dell'uomo che, miope alle esigenze dei ceti deboli, predica solamente un arricchimento senza limiti nel miraggio di una potenza semidivina.


Inutile dire come questo film sia stato citato e ripescato varie volte dalla sua uscita. Celebre il video di Radio Ga Ga dei Queen in cui varie scene del film venivano riutilizzate per comporre la storia narrata nel video: la nascita delle televisioni musicali, dell'associazione fra audio e video, e l'evoluzione dell'ascolto della musica, con la fine preannunciata della radio.


Da segnalare anche la versione di Metropolis del mangaka Osamu Tezuka, in cui il tema della segregazione e della negazione dei diritti dei più deboli viene rivisto in una nuova salsa, certamente più futuribile, con l'inserto del tema dei robots.


Concludo con le citazioni musicali dei Dream Theater, che su Metropolis hanno costruito alcuni fra i più bei arrangiamenti del progressive metal, nell'album Images in Words, oltre che un album intero, Metropolis Pt. 2: Scenes from a Memory

giovedì 19 aprile 2012

Tenersi informati su tablet - i miei personalissimi gusti

Senza pretesa di completezza o di oggettività, oggi avevo voglia di parlarvi dei modi che adopero io per leggere i quotidiani online e in generale i vari blog che seguo. Per chi conosce un po' di linguaggio internettiano, sicuramente parlare di feed e aggregatori non sarà nulla di nuovo, ma magari urge un chiarimento per i neofiti: un aggregatore di feed non è altro che un programmino che permette di tenersi sempre aggiornati sulle notizie pubblicate dai propri siti preferiti, permettendo di leggere la notizia o il post desiato senza accedere per forza di cose alla homepage del quotidiano online o di qualsiasi altro sito ci interessi. Una funzione comoda quindi, perché spesso permette di scorrere i titoli delle notizie come fosse un indice, magari leggendo solo una breve introduzione, e scegliere così se accedere al sito oppure non perdere tempo sulla homepage cercando ciò che ci interessa fra decine di news di cui magari non ci frega nulla.

Da quando però sul mercato informatico sono entrati anche i tablet, il modo di utilizzare gli aggregatorì è cambiato: in particolare sempre più questi hanno la tendenza ad apparire come vere e proprie riviste, tanto da curare sempre più l'aspetto grafico e l'impaginazione degli articoli. Eccovi perciò la mia personalissima selezione di applicazioni utili a questo scopo, generalmente disponibili su tablet Apple e android.

Google currents

Il nuovissimo aggregatore di google si presenta come una vera e propria rivista, grazie anche agli accordi presi con alcuni editori. Il programma permette da un lato di leggere le ultime notizie in rete, dall'altro di sfogliare le news pubblicate nei feed che seguiamo. Nel caso dei feed, molto bella la possibilità di leggere la notizia in un'impaginazione molto simile a quella di una rivista, lì dove il sito di origine della news lo permetta: nella foto, per esempio, vediamo come viene impaginata una notizia pubblicata su polisblog

L'impaginazione come si vede è molto chiara e gradevole, dando proprio la sensazione che l'articolo sia stato scritto in funzione di una rivista online anziché per la lettura su un sito internet.

Feedly

 

Personalmente, trovo feedly l'aggregatore più completo attualmente esistente: il programma ordina le news sia in ordine cronologico che dividendo secondo categorie scelte dall'utente e, come nel caso di google currents, permette la sincronizzazione con il principale aggregatore online, ovvero google reader. Per quanto l'impaginazione offerta da feedly non raggiunga i livelli di quella del rivale partorito da google, il programma offre un comodissimo servizio di riformattazione delle news fornite dai feed che, come nel caso di repubblica.it o corriere.it, pubblicano solamente una preview della notizia, richiedendo per la lettura l'accesso ai siti internet. In questo caso feedly dà la possibilità di impaginare l'articolo in un formato che rende decisamente più comoda la lettura su tablet. Nella foto sotto, lo stesso articolo di polisblog secondo la formattazione offerta da questa applicazione.

Sia feedly che currents permettono la condivisione dei link alle news: currents, così come feedly, permette di postare le proprie news su Facebook, Twitter e molti altri servizi ma, a differenza del concorrente, permette la condivisione anche sul social network di google, ovvero google+.

Flipboard

Flipboard è probabilmente l'aggregatore più conosciuto su tablet Apple, anche se questo non lo rende per forza il più comodo. Dalla sua ha sicuramente un aspetto grafico molto gradevole, delle animazioni che vogliono imitare l'atto dello sfogliare una rivista. Detto questo, i vantagi dell'applicazione rispetto ai concorrenti finiscono qui. Il programma non permette la riformattazione delle pagine internet come in feedly e la formattazione offerta non raggiunge comunque il livello di comodità di lettura di currents. Ciò che invece può far protendere verso la scelta di flipboard è la possibilità di inserire fra i feed anche lo stream del proprio profilo Facebook o Twitter.

D'altro canto però flipboard, proprio per la sua sincronizzazione con Facebook e Twitter, è decisamente più votato al mondo social di quanto non lo siano gli altri aggregatori, ponendosi in un certo senso come via di mezzo fra un lettore di news e un'applicazione per accedere ai principali social network in maniera più elegante.

Pulse news
Fra i primi aggregatori comparsi, pulse news offre una interfaccia grafica semplice ed elegante, senza però fornire alcun tipo di servizio di riformattazione delle notizie, sicché nella grande maggioranza dei casi usando questo aggregatore ci si troverà ad essere indirizzati verso il sito di provenienza della news. Per chi vuole essere più sbrigativo rimane comunque un'ottima scelta.

R7

Non un aggregatore in senso stretto, anzi, in questo caso una vera e propria rivista settimanale fornita gratuitamente, è R7. Si tratta di un settimanale del gruppo Repubblica - L'Espresso che ripercorre le notizie più importanti della settimana trascorsa, impaginandole sotto forma di Ezine. Ciò che stupisce e gratifica è la ricchezza di contenuti multimediali della rivista, assime all'impaginazione gradevole e alla cura per i dettagli. Certo chi segue quotidianamente il sito della Repubblica magari non proverà grande attrazione verso questa applicazione, eppure non si può non riconoscere la cura con la quale questa rivista viene realizzata.

Come si sarà capito, i miei aggregatori preferiti sono senz'altro currents e feedly, soprattutto per la possibilità di riformattare le pagine internet con una cura grafica davvero sorprendente.

mercoledì 18 aprile 2012

Finzioni: E il Pulitzer 2012 non va a… http://goo.gl/mag/dr4Jz

martedì 17 aprile 2012

Israele, Gerusalemme. Forse individuata la tomba di Giuseppe d’Arimatea?

Israele, Gerusalemme. Forse individuata la tomba di Giuseppe d’Arimatea?:
Gerusalemme. Forse individuata la tomba di Giuseppe d'Arimatea
Presto il canale statunitense di Discovery Channel diffonderà un documentario che presenta la nuova scoperta del registra israelo-canadese Simcha Jacobovici, che sostenne di aver individuato il vero sepolcro di Gesù Cristo nell’area residenziale di Talpiot, fuori dalle mura della Città Santa. A ulteriore conferma di questa ipotesi, Jacobovici ritiene di aver scoperto nella stessa zona di Gerusalemme il sepolcro di Giuseppe d’Arimatea, colui che nei Vangeli inumò Cristo e che è protagonista della leggenda medievale del Santo Graal.
Nel quartiere di Talpiot sarebbe quindi scoppiato quello che il regista-archeologo definisce il “Big bang della cristianità”. Qui, nove anno fa ha trovato la presunta tomba di Giacomo, discepolo di Gesù, mentre nel 2007 sarebbe stato individuato il sepolcro di Gesù, dove riposerebbero anche una moglie e un figlio di Cristo, mai nominati dalla Bibbia. Il cortometraggio intitolato “La tomba perduta di Gesù” fu accolto scetticamente dagli esperti del settore, uno dei quali parlò addirittura di “archeopornografia”.
Jacobovici, però, non si è ancora arreso. Il nuovo sepolcro, denominato la “tomba del patio”, è ubicato a circa duecento metri dalla presunta tomba di Cristo e cela diverse nicchie con degli ossari. All’interno di una di queste potrebbero giacere i resti di Giuseppe d’Arimatea. Supportato da James Tabor, docente di studi religiosi all’Università di Charlotte in Carolina del Nord, il regista ha letto uno dei disegni sugli ossari come Giona che esce dalla balena, in un’allegoria della resurrezione di Cristo. Però gli studiosi restano scettici e spiegano che la balena sarebbe in realtà un vaso, mentre la testa di Giona il tappo.

Termini Imerese. SiciliAntica denuncia incuria e abbandono di graffiti preistorici

Termini Imerese. SiciliAntica denuncia incuria e abbandono di graffiti preistorici:
riparo di Borgo Scuro
Parte dall’Associazione SiciliAntica la denuncia contro l’incuria e l’abbandono dei graffiti preistorici del riparo di Borgo Scuro, risalenti a 13 mila anni fa, che si trovano nell’interessante riparo di Borgo Scuro, un’area archeologica scoperta nel 1985, dove sono stati individuati frammenti di quarzite e selce con punte a dorso abbattuto, strumenti tipici del Paleolitico finale siciliano. Le incisioni lineari, tra le prime scoperte in Europa, sono state individuate dall’esperto di preistoria siciliana Giovanni Mannino che aveva ipotizzato la presenza di ulteriori graffiti lineari o figurati, da confermare con una successiva campagna di scavi.
Ma oggi il sito preistorico si trova in uno stato di totale incuria e di completo abbandono, scrive Alfonso Lo Cascio, della Presidenza regionale SiciliAntica, nella lettera inviata alla Soprintendenza ai Beni Culturali e Ambientali di Palermo e al Sindaco del Comune di Termini Imerese. La zona, nascosta tra la vegetazione, è invasa da rifiuti. Sino a poco tempo fa, il sito era addirittura recintato e usato come porcilaia. Una situazione che non fa onore alla prestigiosa grotta paleolitica.
Per questa ragione, l’Associazione chiede il recupero dell’area e la sua tutela poiché il riparo di Borgo Scuro, con le sue ancora indecifrabili incisioni lineari, potrebbe essere parte di un percorso turistico attraverso i luoghi della preistoria di Termini Imerese. Il comune, infatti, vanta una grande tradizione negli studi sulla presenza dell’uomo preistorico nel territorio. Il primo ritrovamento preistorico risale al 1871, quando l’erudito sacerdote Carmelo Palumbo individuò un sito dell’Età della pietra. In seguito a questa scoperta, che si inserisce nel grande fermento di scavi che in Europa porta alla nascita della paletnologia moderna, i ritrovamenti si moltiplicarono, aiutando a individuare le numerose vicende culturali che si sono succedute nel territorio, nel corso di una dozzina di millenni.
Sulla base delle indagine sin qui effettuate, si pensa che il territorio termitano sia stato abitato da clan di cacciatori e raccoglitori paleolitici e poi da gruppi umani che hanno percorso tutta la preistoria, come dimostrano i manufatti esposti nei Musei di Termini Imerese e Palermo. La maggior parte dei ritrovamenti furono realizzati nella seconda metà del XIX secolo, per opera del già citato sacerdote Carmelo Palumbo e dal geologo Saverio Ciofalo, entrambi termitani, ai quali si unì in seguito l’erudito Giuseppe Patiri. Senza dimenticare il decisivo apporto fornito da studiosi come Luigi Mauceri, Ettore Gabrici, Jole Bovio Marconi, Paolo Graziosi, Carmela Angela Di Stefano, Giovanni Mannino, Stefano Vassallo, Sebastiano Tusa, e le numerose personalità straniere, come Von Andrian, Schweinfurth, Vaufrey, che all’inizio del XX secolo, richiamati dalle scoperte avvenute, visitarono il territorio.
Circa centoquaranta anni di studi e ricerche hanno portato alla scoperta di caverne e ripari che testimoniano della significativa frequentazione dell’uomo dal paleolitico all’Età del Ferro, a partire dal celebre Riparo del castello, al Riparo di Contrada Franco, alla grotta Geraci, Pileri, Natali, alla grotta Di Novo, Pernice, Navarra e altri ancora.
riparo di Borgo Scuro

giovedì 5 aprile 2012

Crozza, a Ballarò, su Bossi

La chiamata alle armi (per un'istruzione pubblica e laica)

Succede che certi comportamenti, usciti dalla porta principale, rientrino dalle finestre o dalle porte di servizio: così mentre il governo dei tecnici sembra (sarà poi vero?) sembra portato un po' di educazione e senso civico nel governo nazionale, non di meno a livello locale si tenta di far passare ancora il principio che il diritto è qualcosa di aleatorio. In particolare questo tentativo riguarda quei campi in cui interessi politici, economici e "religiosi" (nel senso peggiore del termine) si vanno a congiungere. Ovvero i diritti dei lavoratori e quelli dell'istruzione.

Due norme su tutte stanno colpendo in questi giorni la scuola italiana: da un lato la norma di recente approvata dal consiglio regionale della Lombardia che dà il diritto alle scuole professionali regionali di chiamare autonomamente, in determinati casi, i loro docenti, senza avvalersi delle graduatorie; dall'altro lato il tentativo, da parte della regione Trentino Alto Adige, di avvalersi per la chiamata dei docenti non di graduatorie provinciali così come nel resto del paese, ma di albi regionali o provinciali che, sia chiaro, prevedano come condizione d'iscrizione la residenza in quella provincia.

Perché queste norme sono da contestare? I motivi sono abbastanza evidenti a chiunque non voglia chiudere gli occhi sulla scuola pubblica italiana (e ribadisco l'aggettivo pubblica). È sicuramente vero che la scuola in Italia risente di un calo delle prestazioni degli insegnanti, ma il problema non potrà certo essere risolto creando rapporti clientelari verso i dirigenti sempre più manager e burocrati e sempre meno interessati a fornire una scuola di livello, quanto invece a presentare una scuola appetibile alle iscrizioni dei più variegando i corsi forniti sotto le spinte delle mode momentanee e di giovanilismi futili, eliminando invece ore di didattica che potrebbero essere solo utili per l'istruzione e la formazione di chi è il fruitore ultimo del servizio, l'alunno. La chiamata diretta da parte dei dirigenti scolastici invece porterà allo scardina mento di quelle graduatorie che, con tutti i loro difetti, sono state uno strumento di democratizzazione dell'insegnamento, permettendo a chiunque in Italia di insegnare ovunque sulla base di principi certificati, ovvero merito, esperienza e competenza. Strumento da ritoccare, da aggiustare, non da eliminare o evitare.

Le normative proposte in Trentino e in Lombardia non fanno altro che cercare di introdurre altri principi, non attinenti alla didattica o al merito, ma criteri localistici. Si vuole rafforzare il potere dei potentati di turno o accarezzare le farneticazioni localistiche che vedono nell'estraneo, in colui che viene da fuori, AL DI LÀ DI OGNI SUO MERITO, un nemico da rimandare a casa. Sono norme frutto di ignoranza, ipocrisia e di interessi, e vanno contestate.

E sono il frutto, spiace ripeterlo per l'ennesima volta, di una cultura conservatrice che ha i suoi paradigmi nella follia localistica dei leghismi, la stessa follia che vuole imporre lo studio dei dialetti in una scuola in cui si fa fatica anche solo ad alfabetizzare, che disegna simboli di regioni inesistenti nelle scuole pubbliche.

Ma sono il frutto anche di una cultura cattolica incapace di accettare il fatto che dal 1989 lo stato italiano è uno stato laico e che la legislazione italiana non deve avere un occhio di riguardo per nessuna chiesa, men che meno per quella cattolica che già fin troppo ha avuto dall'Italia. La difesa ad oltranza di Comunione e Liberazione, organizzazione a cui appartiene apertamente anche il presidente della regione Lombardia Formigoni, nei confronti prima delle scuole private cattoliche (e che l'istruzione data da queste scuole sia superiore a quella fornita dalle scuole pubbliche, dati alla mano, è tutto da dimostrare) e poi della privatizzazione della scuola pubblica è il chiaro segnale che da parte di questo movimento cattolico c'è solo un interesse miope, un interesse rivolto verso il compiacimento delle istanze provenienti dalla chiesa cattolica, non certo verso gli interessi dei lavoratori e, soprattutto, dei discenti che meriterebbero scuole attrezzate e non fatiscenti, classi che non superino i venti alunni in presenza di alunni disabili, il rispetto del diritto al sostegno, la possibilità per ogni alunno di usufruire di attività realmente laboratoriali e non di progettini accampati alla bene e meglio solo perché i fondi sono quelli che sono e non vanno persi, mentre i docenti già ora si vedono spesso pagati in ritardo e in maniera scandalosamente inadeguata al loro lavoro e alle responsabilità che devono accettare nel far fronte, nelle ore lavorative, alle inadempienze delle altre istituzioni, in primis QUELLA FAMIGLIA DI CUI FORSE E MEGLIO CL SI DOVREBBE OCCUPARE.

Protestare di fronte a questo modo di governare la scuola non è solo un diritto, è anche un dovere.

West


L’aeroporto lo annoiava sempre, lo riempiva fino al midollo della sua aria condizionata e della sua umidità finta. I muri fin troppo bianchi, lindi, impersonali, gli ricordavano certe montagne che, all’orizzonte, sembravano sempre guardarlo distanti e silenziose, assolute.
Non sentiva parole quando si trovava in aeroporto: era un luogo silenzioso nel suo torpore, i continui richiami degli altoparlanti, gli annunci, non facevano che confermare il sonno dei presenti e le loro vite chiuse in gusci induriti dal tempo.
Nulla parlava di sé in quel luogo, anche quella volta che partiva per un viaggio di lavoro che lo avrebbe portato all’altro capo del ricco occidente, negli Stati Uniti di cui aveva visto tante immagini nei programmi televisivi che lo bombardavano dalla mattina alla sera.

A lavoro, una fabbrica, una delle ultime rimaste nella sua città, gli avevano detto semplicemente che doveva partire per un corso di aggiornamento. Lui non lavorava direttamente in catena di montaggio, lui era uno dei colletti bianchi, di quelli che negli anni settanta facevano la guerra con gli operai, per intenderci. certo ora alcuni dei suoi migliori amici erano proprio degli operai, ma i tempi erano cambiati. Almeno un tempo c'erano delle certezze: chi era un impiegato non si mescolava con quelli di un rango inferiore, ma ora...
Parti, gli avevano detto, perché qualcuno lo deve pur fare, e tu sei ancora giovane. E così si trovava imboscato su un aereo che avrebbe impiegato non sapeva neanche quante ore di volo per atterrare infine a Chicago. Voglia di partire ne aveva quanta ne hanno i cavalli di essere macellati quando non sono più buoni a correre; ma, del resto, non gli era stata lasciata alternativa, doveva farlo per forza di cose.

Sul Taxi aveva ascoltato le voci della radio che si rincorrevano, richieste di viaggi, il centralino che informava i tassisti perché caricassero chissà dove chissà chi per chissà quale destinazione. Ascoltava, relativamente interessato, mentre il finestrino lasciava scorrere l'immagine di un bambino che, attraversando sulle strisce ad un semaforo, lo fissava. E lo fissava in silenzio, non aveva bisogno di dire nulla.
Accanto a lui, al check-in, una famiglia, moglie bionda tanto bella quanto antipatica, marito grassoccio, una voce roboante proveniente da un corpo che si è lasciato andare, e un bambino, esile, quasi inesistente di fronte al padre. Il bimbo maneggiava un panino, un hamburgher, comprato di fretta al McDonald. La donna teneva fra le mani la scatola delle patatine, l'uomo il bicchierone di coca cola. Tutto ruotava intorno al piccolo, rimproveri compresi della donna, evidentemente inviperita perché il viaggio, secondo quello che sentiva, non stava andando come ci si attendeva. E mentre riprendeva il bimbo rimproverava in realtà il marito, reo di non essere quello che lei si attendeva.
Nella fila accanto una coppia di orientali, in volo per Pechino. Bellissimi nel loro ordine maniacale. Lei perfetta, i capelli castani e lisci che scendevano come uno specchio lungo le spalle, coprivano le scapole rivestite di un vestito firmato di gran classe. Lui in giacca e cravatta, magnifico nella sua camicia grigia e nella sua giacca nera, una cravatta nera e sottile, bardata di strisce blu scure, che scorre come un fiume lungo il petto fino alla cintura. Non un sorriso, non un parola, solo sguardi, e la sensualità nascosta che solo la mente può immaginare e che la lingua può solo rovinare. Non c'era dialogo in quella coppia, forse non ce n'era bisogno, non lo sapeva. Vedeva solamente che ogni comunicazione era muta fra quei due, come mai gli era capitato in ogni relazione che aveva conosciuto, che aveva vissuto: ripassò rapidamente tutte quelle che erano state le compagne della sua vita, in nessun caso gli era capitato di non aver bisogno di discutere, spiegare, esemplificare. Forse non aveva mai vissuto realmente una relazione.
Il bambino del McDonald piangeva, chissà perché: la madre continuava a rimproverarlo, ad inveire contro i suoi capricci, mentre il marito impotente assisteva muto, tentando malamente di mediare fra i due contendenti. La fila si muoveva a rilento, accanto la coppia orientale proseguiva rapidamente verso il check-in. Nulla sembrava se stesso.

Un annuncio dagli speaker ricordava ai viaggiatori di non lasciare i bagagli incustoditi in aeroporto; un bambini di colore gli passava davanti, sopra un carrello per i bagagli spinto da un omone alto come un giocatore di basket, magari lo era pure. Il bambino lo fissava, lo sguardo intorpidito dal freddo e dal sonno mentre il padre sorseggiava un caffè lungo: erano americani, lo capiva dall'accento e dalla pronuncia del loro inglese, biascicato e trascinato. Il bambino continuava a fissarlo mentre spariva tra la folla, e il suo volto sarà forse l'ultimo ricordo che porterà di quell'aeroporto.
La sua fila continuava ad essere la più lenta, anzi per l'esattezza era immobile. Sul display compariva l'annuncio di un ritardo, il volo sarebbe partito un'ora più tardi del previsto. Il disappunto dei presenti, un uomo sulla cinquantina si lasciò andare in ripetute bestemmie, di certo procurando il fastidio di alcune suore che silenziose attendevano il loro turno in coda alla fila. Un cagnolino in un gabbiotto mostrò la sua consonanza di spirito con il bestemmiatore agitando la coda e abbaiando al display.

Il caffè che prese nell'attesa sapeva di rancido e di attesa, la carta del bicchiere usa e getta si masticava fra le sue dita consunte e stanche: voleva solo sedersi e smettere di osservare, annullarsi. Il pianto di un neonato lo destò da quei pensieri, una madre di rinchiusa nei suoi tipici abiti indiani lo cullava ripetutamente per riaddormentarlo, bassa, le guance incavate, le dita delle mani lunghe e appuntite, il sorriso stanco quanto gli occhi di chi la osservava.
L'uomo accanto a lui, un manager raccolto nei suoi auricolari e nella sua tenuta da battaglia, leggeva una rivista di finanza, assorto. Numeri, dati, statistiche e opinioni riempivano i suoi occhi, la notte che sopraggiungeva non lo distraeva: era un tutt'uno con la carta di quel giornale. In quei numeri quell'uomo perdeva la sua identità. Lui come tutti era solo un numero, muto, inerte.
Era strano, ma aveva sempre più la sensazione che gli unici esseri viventi in quel luogo fossero i bambini, gli unici che si trovassero li inconsapevolmente, loro malgrado. Era strano pensare che le uniche creature vive fossero quelle che non erano consapevoli di esserlo, forse per un istinto bestiale che viene prima di ogni cultura, di ogni lingua. L'istinto primordiale dei vagiti, delle urla.

In quell'idea gli sembrò di morire.

Poi il display annunciò che il volo era stato cancellato.

mercoledì 4 aprile 2012

RT @Linkiesta 500 euro al mese, ma è corsa al lavoro nei call center http://t.co/ivas1sJf via @linkiesta

lunedì 2 aprile 2012

Scorpions Always Somewhere Acoustic version

Tabucchi, o dell'impegno


Non sono un gran lettore di Tabucchi, pur avendo apprezzato quanto ho letto di questo scrittore: una cosa di lui mi colpiva, sia che lo trovassi nei suoi libri che nei suoi interventi sui giornali, ovvero l'impegno. Un uomo che, al contrario di molti nostri scrittori, viveva l'opera intellettuale come impegno civile. Non solo come testimonianza, ma come vigile opera di azione, di denuncia. Un uomo che per questo si è impegnato in battaglie politiche e civili, ha temuto per il suo paese. Non per niente Tabucchi è stato il più internazionale fra i nostri scrittori contemporanei, non per niente ha legato la sua scrittura alla vita di un paese, il Portogallo, così simile e così diverso da noi. Popoli di mare, ma da un lato la grandezza di un oceano, dall'atro i confini tutti da esplorare di un mare, e l'indescrivibile desiderio, incomprensibile, di tutti e due i popoli, di dominare e lasciarsi dominare, di essere sovrano e plebe ad un tempo. La cultura che nasce lì dove più si tenta di stroncarla.
Ecco, Tabucchi è stato la pianta che continua a rinascere lì dove impunemente si getta del diserbante, forza che va oltre l'impegno a distruggere, ironia di qualcosa, l'arte, che nel suo essere arte Sto arrivando! smantellare le certezze e mettere in crisi. La sua parola, così levigata, era parola di coraggio, non la semplice luce in cui si specchia l'arte per l'arte né lo scimmiottare i linguaggi giovanilisti pur di vendere. Se Tabucchi entrerà nel canone della nostra letteratura, oggi non ci è dato saperlo: il fatto che molti critici contemporanei ne sminuiscano il valore forse è la maggior dimostrazione dell suo aver varcato gli orizzonti di attesa. Intanto, fra quanti ci hanno già lasciato quest'anno, noi piangiamo l'uomo.

Incroci

Eccola, si avvicina, non so che fare.

Da quando sono entrato in questo centro commerciale mi sono accorto che, ovunque io fossi, lei era lì. Se entravo in un negozio di scarpe, lei mi seguiva come un ombra, annusava i miei passi sgattaiolando fra i ripiani, incurante della mia accortezza.

In principio in realtà non mi ero accorto di lei, avevo semplicemente deciso di fuggire l'afa della domenica pomeriggio passeggiando in quell'enorme scatolone blu, indorato da mille luci, giù in periferia.

Mi avevano accolto le mille e più macchine che tutte in fila si districavano tra le strettoie e le rotonde nell'attesa di poter penetrare lo scatolone, la ricerca disperata di un parcheggio mentre in alto la luce del sole picchiava forte sulle carrozzerie delle auto.

Estate, stagione da andare a mare, non certo rimanere da soli in città. Ma la crisi, il poco lavoro, tutti ci aveva costretti a non staccarci più di tanto dalle tristi abitudini invernali, tanto che quella domenica c'era una coda per entrare come se fosse Febbraio.

La mia Fiat Panda appena acquistata, di seconda mano, brillava al sole del pomeriggio, riflettendo le immagini di un paesaggio torrido e assonnato, bruciato dal caldo e in attesa, come del messiah, delle piogge che l'avrebbero dissetato soltanto fra qualche mese, e a stento.

Intanto cercavo parcheggio, girando a vuoto fra le corsie di sosta di incustoditi sotterranei: le macchine a lisca di pesce, secondo figure geometriche che solo ingegneri folli potrebbero immaginare, sudate si disponevano ordinatamente, mentre dai piani superiori spandevano musiche soffuse di radio improbabili. Gracchiavano canzoni dei Rolling Stones e dei Modà, pezzi dei Queen e di Tiziano Ferro, in un profluvio di note che poco aveva a che fare con una scelta consapevole.

Disposi la mia auto blu cobalto accanto ad un motociclo e ad una BMW. Onestamente sfigurava, ma me ne fregava poco. L'unica cosa che mi interessava era smettere di boccheggiare spiaggiandomi sotto gli amichevoli condizionatori dell'edificio.

Salii con l'ascensore, lasciandomi cullare dal moto ora più celere, ora lentissimo. Quando la porta si aprì, un florilegio di luci e di insegne.

Fu allora che la vidi, la prima volta, di fronte a me, già mi attendeva alla cassa di un negozio. Era lì che fingeva di pagare con la sua carta di credito, chissà quale cianfrusaglia aveva acquistato solo per potermi tendere quell'imboscata. Con disinvoltura ripose la carta nel suo portafogli ed uscì dal negozio, perdendosi apparentemente in mezzo alla folla che come corrente di mare, iniziò a trascinarla via, verso altre vetrine.

Io intanto, inconsapevole, cominciai a peregrinare come un devoto tra i banconi del supermercato e le commesse dei negozi di intimo. Neanche mi curavo di quali porte imbroccassi, mi interessava solo il fresco, il suono di quelle note che mi cullava e la folla, la folla che nel suo girovagare senza meta mi attraeva e respingeva ad un tempo. Ero parte di essa ma in essa galleggiavo, ero pesce fra i pesci in quel mare, ma io tentavo di salvarmi, tentavo di aggrapparmi ad uno scoglio. E lei era l'esca, l'amo della canna pronto ad infilzarmi.

Come un pesce boccheggiavo, aprivo e chiudevo le labbra in cerca d’aria, forse anche di cibo, di un nettare invisibile che mi nutrisse: nel frattempo, proprio come i pesci, seguivo la scia, seguivo i vicini nei loro andirivieni, seguivo la massa che agitata e rumorosa si contorceva in quel budello di corridoi, di scale mobili, di ascensori e di vetrine.

Di tanto in tanto compariva la sua faccia, impertinente e furtiva, mi scrutava già. Cosa vuole da me questa faccia? Perché mi segue?

Voglio delle risposte, rivango il mio passato recente, tento di capire quando e perché ho visto quegli occhi, quale possa essere l’associazione, il collegamento, con i miei. Perché quegli occhi cercano i miei, perché quello sguardo complice e di sfida ad un tempo?

Il suo passo si è fatto celere, sembra quasi volermi rincorrere, inseguire. Ricordo quando da piccolo un cane mi insegui attraverso una strada deserta, in un quartiere periferico: ero finito lì per sbaglio, bigiando la scuola; vagando senza meta fra le strade mi ero ritrovato in quella stradina sconosciuta, perso, senza nessuno che potesse dirmi dove fossi e perché fossi lì. Attraversando quella strada in cerca di qualcosa che mi potesse indicare la direzione, tentando di ritrovare un segno di un viale conosciuto, d'improvviso il cane mi fu davanti, sarà stato un mastino o qualcosa del genere. Mi fissò negli occhi, apparentemente senza motivo: ruminava qualcosa nella sua mascella possente, le zampe ben ferme reggevano fasci di muscoli pronti allo scatto. Era la rappresentazione della tensione, mentre io ero la personificazione della paura. Quando iniziò ad abbaiare il panico mi prese e mi avvinse fra le sue spire e, irresoluto, presi ad indietreggiare, cercando di procedere il più lentamente possibile, per non dare la sensazione della fuga, forse più a me che al cane.

Ma il cane comprese bene il mio terrore, avrò avuto dodici anni. Con un balzo si gettò al mio inseguimento, mentre i miei piedi, prima cauti, ora cercavano soltanto di aumentare il loro passo, di diventare rapidi come schegge. Cercavo di ripercorrere la strada che avevo imboccato, sperando di incontrare anima viva, qualcuno che mi potesse salvare. Ricordo una bambina da una finestra che, osservando la scena, iniziò ad urlare, chiamando i genitori. Una madre che la trascinava via pareva negarmi l'unico appiglio verso la salvezza.

Svoltai l'angolo, mi ritrovai in una piazzetta, mentre il mastino si faceva sempre più vicino. Dalla stradina, di corsa, dietro di me ed il mio inseguitore sbucavano due adulti, due uomini sulla quarantina.

Il cane mi fu addosso, mi fermò con le sue zampe. Ricordo il suo alito e la sua bocca che azzannava la mia gamba; poi ricordo quattro mani che lo trascinavano via urlando. Dopo io svenni.

Lei è lì ora; i negozi stanno calando le saracinesche, spegnendo le luci delle vetrine. Lei è di fronte a me, mi osserva mentre si avvicina. Per forza di cose ci incontreremo mentre io prendo la strada verso i posti macchina. Lo sguardo è dritto, fiero: fissa davanti a sé sicura di quel che vuole, di quel che deve, mentre io mi perdo in mille rigagnoli di domande.

Quando mi incrocia i suoi occhi non si abbassano, la sua espressione non si smuove, le sue mani sono sicure. La guardo dal basso in alto, cercando forse un segno, uno sguardo, un ricordo. La sua emozione è e non è la mia, i suoi occhi sono e non sono i miei, mentre io ricordo la bambina che chiamava quegli adulti in mio soccorso, chissà lei a cosa pensa.

Mi supera: lei per la sua strada, io per la mia. La mia auto mi attende.